La stanza di Francesco Prestopino

Francesco Prestopino

Il diario di Giacomo Cason

Una pagina della colonizzazione demografica della Libia (1938-1959)

a cura di   Francesco Prestopino

A – Premessa storica sulla colonizzazione agraria della Libia fino al 1938

All’inizio del XX secolo le condizioni dell’agricoltura nelle regioni dell’Africa Settentrionale che oggi costituiscono la Libia, ma che allora facevano ancora parte dell’Impero Ottomano, e cioè le regioni del Barqa (Cirenaica) e della Tripolitania (vilayet di Tripoli), erano, a detta di tutti i viaggiatori che le percorsero, in un generale stato di abbandono e di desolazione e certamente peggiore di come dovevano essere nell’antichità classica, come attestano le testimonianze storiche e le vestigia greche e romane tuttora visibili lungo la fascia costiera mediterranea di tali regioni.

La colonizzazione italiana di quei territori ha inizio, sia pure in forma molto modesta, ancor prima della nostra conquista militare e precisamente tra il 1907 ed il 1911, per opera del Banco di Roma, che in quegli anni vi opera la cosiddetta “penetrazione pacifica”.

La politica agraria italiana in Libia può, invece, iniziare soltanto a partire dal 1914 con il primo D.R., n. 726 e con l’apertura dell’Ufficio Agrario di Sidi Mesri (Tripoli) ed il conseguente primo indemaniamento di terreni, la loro lottizzazione e concessione ad agricoltori italiani. Bisogna però aspettare fino al 1922 per la costituzione di un vero e proprio Ufficio di colonizzazione agricola in Tripolitania. Fino a quell’anno le vicende militari e politiche nelle due colonie, connesse alla resistenza libica alla occupazione italiana, ne avevano ritardato l’apertura.

Un notevole impulso alla colonizzazione agricola lo diede il governatore della Tripolitania, Giuseppe Volpi, con il D.G. dell’8/7/1922, che disponeva l’accertamento e la delimitazione delle terre demaniali della Gefarah. Quella valorizzazione dei terreni agricoli era basata sul concetto della colonizzazione privata, con capitale italiano e manodopera locale.

Emilio De Bono, succeduto a Volpi nella carica di governatore della Tripolitania,  intensificò la politica di colonizzazione favorendo il trasferimento di un ragguardevole numero di agricoltori italiani dalla Tunisia.

La cosiddetta colonizzazione demografica fu avviata a cominciare dal 1928 con la legge n.1695 del 7/6/1928. Con essa lo Stato si assumeva l’onere della costruzione delle opere pubbliche necessarie alla colonizzazione. In quell’anno il governo della Tripolitania fu assunto da Pietro Badoglio, sotto il quale l’anno successivo fu operata l’unificazione amministrativa della Tripolitania e della Cirenaica.

Un ulteriore impulso alla colonizzazione agraria si ebbe a partire dal 1932, quando, con il R.D.L. 11/6/1932, venne creato l’E.C.C., il cui scopo era l’avvaloramento dei terreni agricoli mediante la creazione di poderi in cui immettere famiglie coloniche italiane e costituire piccole proprietà coltivatrici. In Tripolitania fu avviato, negli anni Trenta, anche un interessante esperimento con la costituzione dell’A.T.I. per la coltivazione del tabacco nel Garian, a sud di Tripoli, affidata a 500 famiglie coloniche italiane.

Il 1° gennaio del 1934 il Maresciallo dell’Aria Italo Balbo sostituisce Badoglio come Governatore delle due colonie libiche, che alla fine di quello stesso anno vengono completamente unificate nella colonia Libia. E da quel momento la colonizzazione subisce un’ulteriore accelerazione. Con il R.D. n. 896 del 3/4/1937 viene definita la legislazione organica per i Musulmani della Libia, che, fra l’altro, disciplina l’assegnazione delle concessioni agricole ai cittadini libici sia Italiani che Musulmani. E, finalmente, il R.D. n. 701 del 17/5/1938 dà la formulazione giuridica alla “colonizzazione demografica intensiva”, con cui lo Stato si accolla tutti gli oneri della bonifica e della colonizzazione, nonché la esecuzione di tutte le infrastrutture necessarie come strade, acquedotti, edifici, scuole, chiese, servizi pubblici. E per far ciò si avvale di due enti: l’E.C.L. (già E.C.C.) e l’I.N.F.P.S.  Il risultato di questa nuova politica fu che, ai 4 villaggi agricoli esistenti alla fine del 1934, se ne aggiunsero, tra il 1935 ed il 1939, altri 23.  (vedi il quadro completo dei villaggi italiani e la carta de “La quarta sponda”)

Da notare che il R.D. n. 896, sopra citato, riconosceva ai cittadini italiani musulmani la facoltà di chiedere in concessine lotti di terreni indemaniati fruendo dei contributi dello Stato per il loro avvaloramento agrario ed il successivo trasferimento in loro proprietà. Successivamente Balbo estese ai Musulmani gli stessi principi della colonizzazione demografica intensiva adottata per i metropolitani; di creare cioè anche per i Musulmani dei villaggi agricoli e, in attuazione di tali principi, l’E.C.L. nel 1939 aveva avviato due villaggi agricoli in Tripolitania: Nahamura (fiorente) a Zavia (Tripoli)

                         Naìma (deliziosa) a Misurata

E sei in Cirenaica:       Zahra (fiorita) a Derna

                                   Al Fàger (alba) a Derna

                                   Giadìda (nuova) a barce (Bengasi)

                                Nàhida (risorta) a Barce (Bengasi)

                                   Mansura (vittoriosa) ad Apollonia (Derna)

                                   Chadra (verde) a Beda Littoria (Derna)

 

B – I Ventimila

Come abbiamo visto, la colonizzazione agricola italiana della libia ebbe un crescendo di intensità a partire pressappoco dalla metà degli anni Venti, quando si cominciò a parlare di colonizzazione demografica, ma essa subì un vero e proprio balzo con la famosa migrazione dei “ventimila” di Balbo. Claudio G. Segré così la descrive nel suo libro L’Italia in Libia, dall’età giolittiana a Gheddafi

<<I ventimila furono uno dei momenti spettacolari del fascismo, importanti sia dal punto di vista propagandistico sia da quello pratico. Infatti l’emigrazione di massa rappresentò qualcosa di più di una dimostrazione bene organizzata ma isolata. I ventimila furono il primo passo del vasto programma di Balbo per trasformare la Libia politicamente, legalmente, ed etnicamente, in una quarta sponda>>. (vedi a pag. 23 del Diario di Cason)

Il programma prevedeva, nella sua fase iniziale, l’immissione sul territorio libico di 100.000 coloni italiani nell’arco di 5 anni, a partire dal 1938. L’obiettivo finale di Balbo era portare a mezzo milione l’insediamento di cittadini metropolitani in Libia. Lo scopo era di bilanciare il forte squilibrio esistente con la popolazione libica e di raggiungere entro il 1950 l’autosufficenza alimentare mediante lo sviluppo di un’agricoltura intensiva.

Questo ambizioso progetto, iniziato il 28/10/1938 con il trasporto dall’Italia sulla Quarta sponda di ventimila coloni, proseguì l’anno successivo con l’arrivo di altri 11.000 coloni, ma oramai stava per scoppiare la 2^ G.M. , per cui dovette essere completamente abbandonato con l’entrata in guerra dell’Italia il 10/6/1940 e la quasi immediata fine di Balbo, vittima del “fuoco amico” sul cielo di Tobruk.

I lavori per la realizzazione delle infrastrutture necessarie a ricevere i ventimila impiegarono circa 10.000 operai italiani ed oltre 20.000 lavoratori libici. E, mentre in Libia si lavorava alacremente a ciò, in Italia veniva costituito un comitato col compito di reclutare i coloni, posto sotto la supervisione personale di Balbo. I coloni dovevano portare con sé solamente gli abiti, la biancheria per il letto e per la tavola e gli utensili di cucina. Tutto il resto lo avrebbero trovato nelle fattorie che li avrebbero ospitati in Libia.

Nel 1938 i coloni del Nord Italia furono imbarcati a Genova su 9 navi, quelli del Mezzogiorno a Napoli su 6 navi. A Tripoli arrivarono il 2 novembre e, dopo una sosta in quella città per cerimonie e festeggiamenti, il 4 novembre furono diretti verso le loro nuove residenze. I coloni destinati in Cirenaica partirono su autocarri per Bengasi, da dove il giorno dopo furono distribuiti nelle loro fattorie sul Gebel Akhdar.

Nel 1939 i coloni diretti in Cirenaica furono trasportati direttamente a Bengasi con le navi.

Uno dei principali problemi che i coloni dovevano risolvere era l’irrigazione dei terreni da coltivare e, poiché le piogge in Tripolitania sono scarse, essi dovettero ricorrere alle acque sotterranee mediante la perforazione di pozzi fino alle falde freatiche e persino a quelle artesiane, profonde alcune centinaia di metri. Il sistema di irrigazione dei 470 poderi irrigui della Tripolitania era costituito da 700 chilometri di canali e tubature. Ma vi erano anche 826 aziende semi-irrigue e 478 poderi a coltivazione cosiddetta “seccagna”.

In Cirenaica la situazione idraulica era meno grave, ma fu tuttavia necessario progettare la costruzione di un acquedotto di 190 chilometri per trasportare l’acqua da una sorgente nelle vicinanze di Derna fino ai vari villaggi sparsi lungo il Gebel. Allo scoppio della guerra ne erano già stati costruiti circa 40 chilometri.

L’abitazione tipo dei coloni era composta da 3 camere, una cucina, un cortile intermedio e da un secondo fabbricato comprendente: una stalla, un magazzino, una tettoia per i foraggi e gli attrezzi, un forno, il gabinetto, il pollaio e il porcile.

I coloni dovevano sottoscrivere un contratto o con l’I.N.F.P.S. o con l’E.C.L.. Inizialmente i contratti erano diversi da villaggio a villaggio, poi, dall’inizio del 1940, tutti vennero unificati nel contratto dell’E.C.L. Vedi al riguardo il volume I contratti agrari degli enti di colonizzazione in Libia, di G. Palloni, Sansoni, Firenze, 1945, pp. 114 e seguenti.

Detto contratto stabiliva, oltre alle condizioni per la consegna del podere, gli obblighi del colono, l’importo degli assegni mensili per il fabbisogno della famiglia, ecc., rispettivamente nelle tre fasi: iniziale, fase mezzadrile, fase di riscatto (vedi pag. 279 del suddetto volume). Il titolo definitivo di proprietà era previsto che sarebbe stato ricevuto dal colono a partire dal 18° anno dall’inizio della trasformazione fondiario-agraria del podere. Il debito residuo verso l’Ente doveva essere estinto mediante un mutuo… (vedi pag. 280, ibidem).

Le famiglie coloniche trapiantate in Libia nel biennio 1938-1939 << erano state selezionate in base a norme precise, dettagliate e rigorose>>, che riguardavano << oltre che il numero dei componenti di ciascuna famiglia… anche e soprattutto le condizioni sanitarie di ogni componente il nucleo familiare, nonché la moralità e i suoi precedenti militari, civili e politici>> (vedi pag. 20 del volume Bimbi libici).

Inoltre << Ogni centro avrà una percentuale di contadini provenienti dalle varie zone di reclutamento e ciò per evitare gli agglomerati regionali e favorire invece il radicarsi dello spirito nazionale tra italiani di qualsiasi provenienza>>.

Il Notiziario Demografico dell’ISTAT del 1940 ci dice che nel 1938 le famiglie immigrate in Libia furono 1775 con 14.633 componenti; nel 1939 le famiglie furono 1453 con 10.802 componenti. La dimensione media  delle famiglie era molto alta: 8,2 componenti nel ’38 e 7,4 nel ’39.

All’inizio del 1940 la forza numerica della popolazione agricola italiana residente in Libia ammontava a 38.933 individui, appartenenti a 6166 famiglie, con una media, quindi, di 6,33 componenti per nucleo familiare. Da ciò si desume che nel 1940 vi erano in Libia circa 25.000 figli di coloni e che la popolazione agricola italiana rappresentava circa il 30% dell’intera popolazione italiana residente in Libia, la quale, all’inizio del 1940, ammontava ad oltre 110.000 individui, che alla fine di quello stesso anno oltrepassavano i 120.000.

Riguardo ai costi di tale operazione, dal già citato volume di C. G. Segré si apprende che (vedi a pag. 27 e 28 di Cason):  Soltanto per i 1800 poderi dei ventimila, il costo, comprendente le opere infrastrutturali, fu valutato complessivamente in 20 milioni di dollari americani anteguerra. Gli esperti stimarono il costo medio di sviluppo delle aziende in Cirenaica in circa 10.000 lire l’ettaro e valutarono che ogni podere sarebbe costato almeno 190.000 lire.

L’importo totale degli investimenti fatti dall’Italia in Libia per lo sviluppo delle infrastrutture ammontava a 1,8 miliardi di lire dell’epoca, i 2/3 dei quali furono assorbiti dai progetti legati all’agricoltura. Gli investimenti totali fatti dall’Italia ( il 75% dallo Stato e il 25% dai privati) nell’agricoltura libica nei circa 30 anni di colonizzazione italiana si aggirano su 1,3 miliardi di lire anteguerra.

 

C – Guerra e dopoguerra (1940-1970)

La guerra impedì di verificare le previsioni italiane e la bontà o meno dei programmi di colonizzazione agraria. Essa infatti pose fine, bruscamente, allo sviluppo della Quarta sponda. In Cirenaica le opere di colonizzazione andarono in buona parte distrutte e i coloni furono costretti ad abbandonare i poderi che stavano valorizzando. In Tripolitania, invece, la colonizzazione sopravvisse in buona parte all’urto della guerra.

Nel 1946 la popolazione italiana in Tripolitania assommava ancora a poco meno di 50.000 persone, e quella dedita all’agricoltura a circa 16.000 persone, le quali mandavano avanti circa l’80% delle fattorie in funzione nel 1939. E, nonostante i danni diretti e soprattutto indiretti causati dagli eventi bellici all’agricoltura, la colonizzazione agricola ebbe un ulteriore sviluppo, in particolare in alcuni villaggi come Garibaldi e Oliveti, che nel corso degli anni Quaranta raddoppiarono la produzione (vedi Segré, pag. 199 e il Diario di Cason).

Tra il 1943 ed il 1947 rientrarono in Libia 17.000 Italiani. Ma, a partire dal 1949, quando l’Assemblea dell’ONU votò a favore dell’indipendenza della Libia, e, soprattutto, dopo il 24/12/1951, quando l’indipendenza del Regno di Libia sotto il Re Idris fu proclamata, la situazione degli italiani si era fatta sempre più difficile ed incerta.

I programmi degli enti di colonizzazione prevedevano che gli stessi si concludessero entro il febbraio 1960, ma questo termine fu anticipato di un anno (l’anno in cui Cason lascia la Libia e, come lui, numerosi altri coloni ne approfittarono). All’inizio degli anni Sessanta i restanti coloni italiani furono posti di fronte alla drammatica alternativa: o diventare cittadini libici o vendere i loro poderi prima del 1962. Ciò, nonostante che la firma dell’accordo bilaterale del 1956 tra Italia e Libia prevedesse il riconoscimento da parte libica dei diritti di tutte le proprietà fondiarie degli Italiani acquisite legalmente, in cambio del versamento alla Libia di una somma, a titolo di risarcimento, dei danni di guerra e della cessione di tutti i nostri beni demaniali.

La conseguenza di questo stato di cose fu che, verso la fine del 1961, il 70% circa dei poderi italiani furono venduti ai libici e che nel 1964 restavano ancora in Libia soltanto 120 famiglie coloniche italiane.

Per quelle famiglie e per tutti i circa 14.000 Italiani ancora residenti in Libia, il colpo di grazia fu dato dal colpo di Stato dell’1/9/1969, che portò al potere il Colonnello e alla loro espulsione entro il mese di luglio del 1970.

 

D – I bimbi libici

Nell’Appendice n. 3 del diario di Cason (a pag. 98) sono elencati i luoghi e le date dei trasferimenti nelle colonie della GIL in Italia delle sue figlie Giustina, Annamaria e Agnese. Esse rimasero separate dalla famiglia per lunghissimi sette anni (dal 2/6/1940 al 20/6/1947). Soltanto Corona, la più giovane, rimase in Libia con i genitori.

La storia di questo drammatico episodio della 2^ G.M. inizia tra il 3 el’11 giugno del 1940, quando salpano dai porti della Libia le navi Augustus, Neptunia, Saturnia, Duilio, Virgilio, Giulio Cesare, Marco Polo, Italia, le stesse navi che avevano portato in Libia i Ventimila. Esse trasportavano in Italia oltre 12.000 bambini e bambine, di età compresa tra i 3 e i 15 anni, appartenenti a famiglie italiane residenti in Libia, scelti soprattutto tra quelle dei coloni.

La loro storia, ricavata soprattutto dall’insieme delle storie di molti di quei giovanetti, che oggi sono indicati come “I ragazzi della Quarta sponda” è riportata nel volume I bimbi libici, Ed. La vita Felice, Milano, 2007

Elenco delle diapositive

1 – Balbo consegna diplomi della speciale cittadinanza italiana agli Arabi a Tripoli e a Bengasi

2 – Elenco dei villaggi agricoli italiani

3 – Balbo consegna le chiavi delle case ai coloni Arabi

4 – Progetto vill. OBERDAN (Bengasi) con la chiesa di S. Giuseppe

5 – Progetto di OLIVETI (Tripoli) con la chiesa di S. G. Battista

6 – Progetto di D’ANNUNZIO (Bengasi) con la chiesa di S. Francesco D’Assisi

7 – Rilievi topografici nel vill. D’ANNUNZIO

8 – Lo sbarco a Tripoli dei coloni nel 1938

9 – Balbo saluta i coloni in partenza per CRISPI (Misurata)

9bis- Coloni in partenza per Garabulli (Misurata)

10- Coloni in partenza per SAURO (Bengasi)

11- Lo sbarco a Bengasi dei coloni nel 1939

12- Idem

13- Vasca di raccolta dell’acqua di pozzo artesiano a GIODA (Misurata)

14- Vasca di raccolta dell’acqua di pozzo artesiano a CRISPI (Misurata)

15- Disboscamento con ruspa in un villaggio della Cirenaica

16- Costruzione della strada che conduce a OBERDAN (Bengasi)

17- Aratro per dissodare il terreno in un villaggio dell’ECL in Cirenaica

18- Villaggio BIANCHI (Tripoli)

19- Case coloniche a MADDALENA (Bengasi)

20- Vista del terreno su cui sta sorgendo OLIVETI, con alcune case coloniche

21- Villaggio BREVIGLIERI (Tripoli)

22- La chiesa del S. Cuore di Gesù a MADDALENA (Bengasi)

23- La chiesa della Madonna del Carmine a BIANCHI (Tripoli)

24- Monumento nel villaggio BREVIGLIERI (Tripoli)

25- La chiesa di S. Antonio di Padova a BATTISTI (Derna)

26- Lavoro nei campi di contadini libici

27- Podere di BREVIGLIERI (Tripoli)

28- “Sagra dell’uva” a GIORDANI (Tripoli) nel 1949

29- Mietitura del grano a GIORDANI

30- “Festa del grano” nella piazza di GIORDANI

31- Raccolta delle arachidi a GIORDANI

32- Arachidi stese al sole ad asciugare

33- Rappresentazione dell’operetta “Addio giovinezza” a SABRATHA nel 1949

34- Piazza del mercato di BIANCHI nel 1953

35- Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana (vedi)

36- Il giornale di Tripoli che comunica la confisca dei beni immobiliari degli Italiani in Libia