Nella primavera del 1966 venni contattato da
Giovanni Valenza per una mia disponibilità a
partecipare ad un progetto nell’area di
Giarabub
( Al Jaghbub).
Con
Giovanni avevo lavorato per circa un anno e
mezzo nella stessa società che, pur avendo come
“core business” attività di rilevamento
topografico, aveva ultimamente ottenuto dal
Ministero dell’Industria un paio di lavoretti
che richiedevano l’impiego di figure
professionali diverse da quella di topografo.
Io
e Giovanni, entrambi geologi, non eravamo
esattamente i tecnici che sarebbero serviti per
il lavoro ma ci avvicinavamo abbastanza. Ci
documentammo comunque con testi aggiornati per
poterlo espletare in modo professionale.
Ad
un primo lavoro svolto nella valle dell’uadi
Caam, a sud di
Leptis Magna,
 |
Leptis
Magna (Libia) |
consistente nella
valutazione del suolo incolto per un possibile
utilizzo in campo agricolo, con studi pedologici
e rilevamenti geofisici per l’ubicazione della
falda freatica, ne seguì un secondo, abbastanza
simile, nella pianura ad est di Tobruk, più
precisamente fra Ain el Gazala e
Tobruk.
Era
la prima volta che mi allontanavo dalla
Tripolitania ed il nome Tobruk evocava immagini
particolari legate alla seconda guerra mondiale.
 |
20 Giugno
1942 - La caduta di Tobruk |
A
differenza del primo, questo progetto si
presentava abbastanza complicato perché l’area
che avremmo dovuto percorrere in lungo ed in
largo era stato teatro di battaglie intense fra
le truppe inglesi e quelle italo - tedesche
sotto il comando di
Rommell.
 |
Il
Generale Erwin Rommel |
Occorreva muoversi con cautela, accompagnati da
chi conosceva perfettamente la piana dove
esisteva il serio pericolo di mine inesplose. Il
lavoro comunque venne completato nei tempi
previsti e senza incidenti e fu per me
l’occasione di fare la conoscenza con questa
graziosa cittadina, pressoché immutata rispetto
al periodo pre-bellico, che avrei in seguito
frequentato con assiduità. Finito il lavoro
Giovanni lasciò la società ed io rimasi solo ad
annoiarmi per mancanza di attività fino a quando
venni appunto contattato
Si
trattava di questo: una società libico-svizzera
aveva ottenuto dal Ministero dell’Industria un
lavoro piuttosto complesso da condursi nell’area
dei laghi salati nei dintorni dell’oasi di
Giarabub.
Il
progetto comprendeva la mappatura geologica di
tutta l’area con particolare riferimento ai
depositi salini distribuiti intorno ai laghi; la
perforazione con carotaggio continuo di un
numero sufficiente di pozzi là dove i depositi
salini apparivano più consistenti; la
descrizione geologica delle carote e/o dei
campioni di sale prelevati, con penetrazione per
circa tre metri nella roccia sottostante; le
analisi di laboratorio per determinare la
composizione dei depositi salini ed infine la
compilazione di una carta geologica e relative
sezioni geologiche per ricostruire l’andamento
dello spessore del sale e pervenire ad una stima
delle quantità presenti.
Un
geologo americano fungeva da direttore dei
lavori mentre parte del lavoro di carotaggio era
sub-appaltato a Giovanni ed a suo fratello
Franco, che avrebbero dovuto eseguire, con
l’ausilio di un impiantino di perforazione per
così dire portatile, parte dei pozzi. I restanti,
più profondi, sarebbero stati realizzati da un
altro impianto in arrivo dalla Francia,
decisamente più grande.
Il
mio compito sarebbe stato quello di compilare
sul posto una mappa geologica preliminare
partendo da un mosaico fotografico, scegliere
l’ubicazione dei sondaggi, descrivere i campioni
ottenuti dai carotaggi e campionare le acque
superficiali delle varie zone dei laghi. Scopo
dello studio era accertare la presenza di sali
di potassio da cui poter ottenere fertilizzante
per l’agricoltura.
Il
lavoro mi interessava sia perché per la prima
volta avrei potuto effettivamente fare il
geologo sia per l’area in cui si sarebbe svolto,
che evocava eventi bellici ed eroici
comportamenti dei nostri soldati.
Accettai quindi con entusiasmo; tempo previsto
per l’esecuzione del lavoro circa sei mesi.
Come d’abitudine, io e Giovanni ci documentammo
sull’area dove avremmo svolto il lavoro, sia da
un punto di vista geografico che, soprattutto,
geologico. In entrambi i casi il testo di
riferimento era una pubblicazione del Prof.
Ardito Desio, geologo di fama internazionale,
che durante il periodo prebellico aveva
esplorato in lungo ed in largo la Libia
conducendovi studi e rilevamenti geologici.
 |
Il geologo Ardito Desio |
Aveva esplorato l’area di Giarabub nel 1927,
fornendo anche un’interpretazione sull’origine
dei laghi.
Senza voler approfondire troppo il tema, che non
è lo scopo di questa narrazione, diciamo che
tutta l’area di Giarabub, sino ai confini con
l’Egitto, occupa una depressione generalmente
sotto il livello del mare ( il villaggio si
trova a quota 0 mt.). Tale depressione è più o
meno collegata a quella in cui si trova l’oasi
di Siwa, circa 130 km. a sud-est di Giarabub, in
territorio egiziano e quindi alla più grande
depressione di
Al Qattara, di cui Siwa
rappresenta la parte più meridionale.
 |
La
depressione di Al Qattara |
Nell’area di Giarabub una serie di faglie
attraversa i sedimenti terziari consentendo alle
acque che impregnano la roccia, sature di sale,
di risalire in superficie dando origine ai laghi.
Non
esistono corsi d’acqua di superficie, né
immissari né emissari, per cui la forte
evaporazione ha raggiunto nelle ere geologiche
recenti un equilibrio con l’alimentazione di
profondità. Tanta acqua evapora depositando sali
ai margini dei laghi e altrettanta ne sale lungo
i piani di faglia. In alcune rientranze dei
laghi la densità dell’acqua è talmente elevata
da consentire un perfetto galleggiamento al
corpo umano.
Queste le informazioni contenute nel testo di
Desio; ma non solo.
Durante le sue ricerche Desio si era imbattuto
in grotte scavate nella scarpata di calcare
terziario biancastro che sovrasta la depressione
occupata dai laghi e relativi depositi salini.
In
una di queste aveva rinvenuto due mummie
risalenti al periodo egizio, che aveva prelevato
e successivamente consegnato al museo egizio di
Torino, dove si trovano tuttora.
Le
grotte altro non erano che tombe collettive in
cui venivano sepolti i defunti. L’area era
infatti abitata da popolazioni dedite
all’agricoltura, non solo all’interno dell’oasi
stessa ma anche all’esterno, in luoghi con
presenza d’acqua che, seppur salmastra,
consentiva la coltivazione di alcune piante.
Tutte erano state visitate da ladri in epoche
passate ed il contenuto trafugato. Unica
parziale eccezione quella contenente le due
mummie, rinvenute però senza oggetti funerari.
Con
queste informazioni, unite a mappe, foto aeree,
binocoli, bussole e quant’altro necessario al
nostro lavoro, ci dedicammo alla logistica con
l’acquisto del materiale necessario per la
spedizione. Tende, sacchi a pelo, vettovaglie,
letti, materassi, attrezzatura da campo e da
cucina, “gerry cans” per il carburante, botte
per la riserva d’acqua potabile, insomma tutto
il necessario per sei/sette persone. Una volta
montato il campo ci saremmo appoggiati a
Giarabub e soprattutto a Tobruk per il regolare
rifornimento di viveri, acqua e carburante.
Riempimmo due Land Rover ed un camion Bedford,
su cui venne installata in modo permanente una
botte da diverse centinaia di litri per l’acqua
potabile. Le attrezzature da perforazione
sarebbero giunte subito dopo l’installazione del
campo.
Da
parte mia comprai una macchina fotografica
economica, a fuoco fisso, ed una cinepresa da 8
mm per una personale documentazione fotografica.
Alla fine mi ritrovai con una quarantina di
diapositive di qualità medio-bassa, alcune delle
quali compaiono in questa narrazione, e con un
pacco di filmini che, a lavoro ultimato, avrei
assemblato con l’ausilio di una piccola moviola
in due pizze di circa un’ora. Per diversi anni
avrei poi visto e rivisto i film sino a quando
le varie parti cominciarono a staccarsi ed i
conseguenti lavori di assemblaggio divennero
sempre più problematici. L’anno scorso, per
salvare il tutto, feci riversare le due pizze e
tutti i film in mio possesso in una
videocassetta da circa due ore. Infine
qualche giorno fa ho trasportato su CD la
videocassetta e sono riuscito ad estrarre
singole immagini di particolare interesse. La
qualità è piuttosto scadente ma le ho comunque
utilizzate perché le ritengo importanti ai fini
del racconto.
Ma
torniamo ai preparativi per la partenza. L’idea
che io avrei dovuto condurre una Land Rover per
oltre 1500 Km e in più per la prima volta mi
preoccupava non poco. Inoltre si trattava di
veicoli usati e con le balestre non in perfette
condizioni che, a pieno carico, rendevano la
guida problematica soprattutto su una litoranea
abbastanza stretta e piena di buche.
Comunque terminati i preparativi partimmo di
buon mattino, un piccolo convoglio costituito da
tre mezzi che avanzava lungo la
vecchia Balbia
a
velocità non superiore ad 80 Km/ora.
Verso sera raggiungemmo
Sirte; avevamo percorso
poco meno di 460 Km con continue strette di
fondo schiena da parte mia ogni qual volta
incrociavo una “piattina” carica di tubi. Questi
enormi mezzi articolati occupavano tutta la
strada e non accennavano minimamente a spostarsi
sulla propria destra; non mi restava quindi che
rallentare e cercare velocemente un posto sulla
mia destra dove spostarmi evitando però il
terribile gradino presente molto spesso fra la
fine dell’asfalto e il bordo della strada e
causa di numerosi cappottamenti. Immaginavo la
strizza di chi conduceva il Bedford che mi
seguiva.
Sirte all’epoca era costituita da un piccolo
villaggio un po’ decentrato rispetto alla
litoranea. Oggi è un centro importante, con un
porto, quartieri, palazzi e ministeri.
Sulla litoranea esistevano un distributore di
benzina e qualche piccolo negozietto che vendeva
un po’ di tutto, mancava però un posto di
ristoro mentre per passare la notte avremmo
sempre potuto sdraiarci sulla spiaggia poco
distante, come avevo già fatto alcuni mesi prima
di ritorno da Tobruk con Giovanni Valenza. Ma i
quattro libici che mi accompagnavano non se la
sentivano per cui ottenemmo dal titolare del
distributore di benzina di trascorrere la notte
in una stanza che fungeva da ufficio/deposito.
Poi, da buoni libici, i cinque vollero anche
mangiare. Non potendo utilizzare l’attrezzatura
impacchettata nella Land Rover e difficilmente
raggiungibile a meno di scaricare mezzo veicolo,
il titolare del distributore ci prestò un
fornellino a petrolio Primus, un tegame, una
bacinella che normalmente veniva utilizzata dal
tipo per lavarsi e cinque piatti di alluminio,
il tutto sommariamente pulito. Il cuoco al
seguito comprò cipolle, pomodori, un bicchiere
d’olio e due pacchi di spaghetti e preparò una
salsa, il tutto all’aperto. Una volta lessati,
gli spaghetti vennero conditi nella bacinella e
suddivisi in cinque porzioni. Messa in bocca la
prima forchettata avvertii subito un sapore
dolciastro di saponetta; ahimè, la bacinella non
era stata lavata bene.
Fortunatamente il sapore dell'olio usato per la
salsa, con acidità superiore a quello di marca
Fatma a cui ero abituato, unito a quello della
cipolla bruciata e alla fame furono di grande
aiuto aiuto alla terza forchettata non avvertii
più il gusto di sapone.
 |
L'Arco dei Fileni |
L’indomani lasciammo Sirte di
buon ora e sempre viaggiando alla stessa media
oraria del giorno prima raggiungemmo Bengasi,
dopo essere passati sotto l’Arco dei Fileni
(foto
1) ribattezzato Marble Arch e aver toccato Brega
e Agedabia. L’Arco dei Fileni, innalzato
dall’Italia nel 1937 al confine fra Tripolitania
e Cirenaica, sarebbe poi stato abbattuto da
Gheddafi nel 1973 e le due statue bronzee dei
Fileni abbandonate a lato della strada. A
Bengasi io pernottai all’albergo Berenice, dove
mi concessi anche un’ottima cena per cancellare
il ricordo della saponetta; i libici si sparsero
nella parte araba della città dove trovarono
sistemazione e cibo.
Ripartimmo il giorno dopo sperando di poter
raggiungere Tobruk in serata ma non ci fu verso.
Lungo la salita del ciglione dell’uadi Derna (allora
non esisteva ancora il nuovo ponte), subito dopo
la bella cittadina, il convoglio, per effetto
del carico notevole, saliva molto lentamente ed
io, per timore di fermarmi e per inesperienza,
fui anche costretto ad usare la ridotta in
qualche breve tratto. Ci fermammo al tramonto a
pochi chilometri da Tobruk. Questa volta ci
eravamo riforniti a Bengasi di scatolame e pane
per cui la cena era assicurata. Dormimmo in
macchina ed io per potermi allungare un po’
dormii sdraiato sopra il frigorifero, col naso
che sfiorava la tela del tettuccio del veicolo.
Il giorno seguente passammo per Tobruk senza
fermarci; giungemmo al bivio per il confine
egiziano ed imboccammo la strada verso sud per
Giarabub. La strada, recentemente costruita,
seguiva la vecchia pista ed era piuttosto
stretta, non più di cinque metri. Per fortuna il
traffico era nullo; quel giorno incrociammo solo
un veicolo, una Land Rover militare. Passammo
per El Adem, dove sin dalla fine della guerra
era di stanza una guarnigione inglese.
Incontrammo un posto di blocco costituito da due
bidoni in mezzo alla strada, senza anima viva e
verso sera giungemmo nei pressi dell’oasi.
Dovendo segnalare la mia presenza alle autorità
militari preferivo farlo di giorno per cui ci
allontanammo un po’ dalla strada e bivaccammo.(fig.1).
Alle otto del
giorno dopo mi fermai davanti al posto di
polizia all’ingresso del villaggio.
Si trattava di una piccola caserma di recente
costruzione. Tutt’intorno il disordine tipico di
tutte le periferie dei villaggi libici; carcasse
di veicoli, casse di legno sventrate, qualche
vecchia costruzione in rovina, tubi per acqua
abbandonati dopo la realizzazione di qualche
progetto irriguo. Non c’era vegetazione e il
palmeto dell’oasi si intravedeva in lontananza.

Fig.1. Attuale viabilità della
regione Tobruk-Giarabub.
L’area
oggetto dello studio è
bordata in
rosso.
Fui ricevuto dal
comandante del posto, un Maggiore sulla
cinquantina, di carnagione chiara, in divisa
militare kaki che, con mia grande sorpresa,
parlava un corretto italiano. Mi spiegò che la
caserma fungeva da posto militare, posto di
polizia e posto di confine per chi si dirigeva o
proveniva dall’Egitto, il cui confine si trovava
solo ad una cinquantina di chilometri. Lo
informai del motivo della nostra presenza e dei
lavori che avremmo condotto nella zona. Mi
presentò i suoi subalterni: un Capitano
fezzanese, di nome Kalifa, nero come il carbone,
dal carattere gioviale che però conosceva solo
poche parole di italiano, ed un Sergente (sciauisc),
Mohammed, anch’esso di colore anche se con
fattezze e tonalità non così marcate come il
Kalifa. I due indossavano una divisa da lavoro,
una specie di tuta color mattone, ed io li avrei
poi visti vestiti sempre in questo modo.
La conversazione col Maggiore fu molto cordiale
ed io non potei esimermi dal chiedergli se a
distanza di venticinque anni dalla fine delle
ostilità esistessero ancora nell’oasi evidenze
dei furiosi combattimenti che si svolsero per
sette mesi fra le truppe italiane e quelle
inglesi.
Come molti ricorderanno, allo scoppio della
seconda guerra mondiale era di stanza a Giarabub
una guarnigione al comando del Maggiore
Salvatore Castagna. Nei primi giorni di guerra
le truppe inglesi provenienti da Siwa
investirono l’oasi di Giarabub (foto 2) e quelle
di Gialo e Cufra. Queste ultime caddero subito
mentre quella di Giarabub, grazie alle difese
opportunamente predisposte e all’eroico
comportamento dei nostri soldati, resistette per
oltre dieci mesi, mandando su tutte le furie
Churchill che vedeva crescere giorno dopo giorno
la propaganda italiana che faceva dell’eroica
resistenza italiana un elemento di sostegno al
morale delle truppe. Nacque la famosa “Saga di
Giarabub”, canzone che esaltava la resistenza
delle truppe
(cominciava
con Colonnello non voglio pane dammi
piombo pel mio moschetto e terminava con
ma la fine dell’Inghilterra incomincia da
Giarabub). Occorre sottolineare che la
guarnigione non si arrese ma fu sopraffatta dopo
violenti combattimenti all’arma bianca e gli
ultimi combattimenti si svolsero attorno alla
bianca cupola della famosa e importante Moschea
della Senussia che fu, per un impegno d’onore da
parte di entrambi gli eserciti, risparmiata
dalla distruzione. Il Maggiore Castagna fu
ferito e fatto prigioniero.
L’ufficiale libico mi confermò che esistevano
ancora le fortificazioni subito fuori dal paese,
in direzione di Siwa, con trincee, residuati
bellici e rottami e mi raccomandò attenzione
alle bombe inesplose nascoste sotto la sabbia.
C’era sì stata una bonifica per consentire i
rilievi sismici alle compagnie petrolifere, ma
non dappertutto.
Una viuzza di Giarabub
Poi, con mia sorpresa, mi disse di aver
conosciuto il Maggiore Castagna. Questo fatto
unito alla sua perfetta conoscenza dell’italiano
mi fecero pensare che forse aveva addirittura
combattuto con il Maggiore Castagna ed ora, per
una forma di pudore, non voleva confessarlo.
Chi invece non si preoccupò per nulla fu il
Sergente Mohammed che con un certo orgoglio mi
disse che lui era stato in Etiopia con un
contingente di ascari libici aggregato alle
truppe italiane per combattere contro i “selvaggi”,
come ancora li chiamava lui.
Finita la conversazione ci salutammo
cordialmente, con la promessa da parte loro di
venirci a far visita quando anche il resto della
nostra squadra e dell’attrezzatura fosse
arrivato e ci rimettemmo in moto entrando in
paese attraverso la porta nord.
Per i libici Giarabub era (e credo lo sia ancora)
una località religiosa molto importante, sede
della Senussia e paese natale dell’allora Re
Idris 1°.
 |
Re Iddris |
La sua storia religiosa inizia nel
1856 quando il fondatore della setta musulmana,
Mohammed ibn es-Senussi, si stabilì con i suoi
discepoli in questa località sperduta nel
deserto che allora consisteva in un posto
d’acqua dove sostavano le carovane ed i
pellegrini diretti e provenienti dalla Mecca. Fu
costruita, sopra un’altura che domina l’oasi, la
Zauia (la sede della confraternita) con la
scuola coranica, la foresteria ed altri edifici
bassi, collegati fra loro e circondati da un
alto muro. Divenne un centro per gli studi
coranici molto importante e verso la fine del
1800 contava 800 studiosi e 2000 schiavi adibiti
alle più varie mansioni. Poi iniziò una lenta
decadenza e con l’occupazione italiana Giarabub
si ridusse ad un piccolo villaggio, ma sempre
importante come centro religioso. Riprese vigore
con l’indipendenza della Libia e con l’ascesa al
trono di Re Idris.
Il Re era solito visitare con una certa
frequenza il villaggio e per rendergli meno
scomodo il viaggio era da poco stata costruita
la strada asfaltata che lo univa a Tobruk. Un
giorno, con mia grande sorpresa, lo incontrai
davanti alla moschea, circondato da notabili con
cui chiacchierava senza alcuna formalità.
Vestiva all’araba, come eravamo abituati a
vederlo in fotografia. Confesso che l’incontro
mi fece un certo effetto.
Ci trovammo quasi subito in una piazza su cui si
affacciava la moschea, collegata alla scuola
coranica, caratterizzata da una bella cupola
bianca. Da una porticina aperta su un lato della
moschea e munita di un’inferriata si poteva
intravedere la tomba del fondatore della
Senussia, una semplice costruzione bianca simile
a quelle dei marabutti che avevo visto altre
volte in Tripolitania.
Alcuni abitanti con il classico barracano ed i
tipici pantaloni arabi, stretti alle caviglie e
ampi di cavallo, ci osservavano con curiosità
mentre lentamente ci inoltravamo per le viuzze
del villaggio. Ebbi l’impressione che nulla
fosse cambiato all’interno delle mura dalla fine
della guerra (foto 3 e 4).
Case basse ormai prive di intonaco, con strette
porte e piccole finestre, emergevano dalla
sabbia; qualche negozietto buio. Non vidi alcuna
donna in giro. Seppi poi che non uscivano
durante il giorno ma solo dopo il tramonto e per
scambiarsi visite. In seguito ebbi occasione di
incontrarne alcune rientrando di sera da Tobruk.
Vestivano di nero e camminavano rasente ai muri;
quando mi vedevano acceleravano il passo.
Uscimmo dalla
porta sud e subito ci inoltrammo lungo una pista
in mezzo a basse colline dalla caratteristica
forma a cono tronco e a fungo, chiamate garet
(gara al singolare), costituite da calcare
biancastro con alternanze di marna verdastra più
tenera. Non superavano i trenta metri di altezza.
Ad un primo sguardo non rivelavano nulla di
particolare ma osservandole con attenzione si
notavano, in corrispondenza della parte marnosa
più tenera, una serie di muretti che giravano
tutt’intorno alla collina. Mi avvicinai ad una
di esse e mi resi conto che era fortificata, con
muretti di protezione, trincee e gallerie che
l’attraversavano da una parte all’altra. Anche
tutte le altre erano fortificate. Trincee erano
presenti anche sulla cima delle colline. Scorsi
scatolette arrugginite, proiettili affioranti
dalla sabbia, stracci, resti di divise, pezzi di
filo spinato ed altri rottami. Si potevano
ancora scorgere sulla roccia i segni lasciati
dai proiettili. Mi ritrovai immerso nella
seconda guerra mondiale. Avevo allora 25 anni ed
i ricordi di quanto narratomi da mio padre che
aveva partecipato alla campagna del nord-Africa
erano molto vividi. Scoprii in seguito che la
più grande di queste colline veniva ancora
chiamata dagli abitanti dell’oasi “gara del
Maggiore” in onore del Maggiore Salvatore Castagna.
 |
Salvatore
Castagna |
Avanzavo lentamente lungo la pista per Siwa
seguito dagli altri veicoli, scrutando in tutte
le direzioni per scoprire altri reperti e
particolari relativi alla battaglia di Giarabub.
Le garet si susseguivano e tutte
presentavano segni di combattimenti. Poi sulla
mia sinistra iniziarono ad affiorare dalla
sabbia numerosi resti di filo spinato che poco
alla volta divenne un vero e proprio reticolato
composto da diverse file di filo spinato
collegate fra loro, sostenute da tre robusti
pali di ferro conficcati nel terreno, il tutto
ancora in buone condizioni. Si trattava del
famoso reticolato fatto stendere dal
Maresciallo
Graziani a metà degli anni trenta e che
collegava la costa mediterranea con l’oasi di
Giarabub (fig. 2).
 |
Maresciallo Rodolfo Graziani |
Scopo di questa imponente
linea di sbarramento era quello di impedire o
rendere più difficili le infiltrazioni dei
ribelli libici che, riparati in Egitto dopo la
riconquista della Cirenaica, compivano
incursioni in territorio libico creando non
pochi problemi alle nostre truppe. Lungo tutti i
250 chilometri di reticolato correva una pista
che collegava una serie di ridotte,
piccoli fortini perfettamente attrezzati, con
pozzi o riserve d’acqua e presidiati da nostre
truppe, alcune con nomi italiani. La prima sulla
costa era la ridotta Capuzzo; a metà percorso
s'incontrava la ridotta Maddalena.
Poi il reticolato
passava immediatamente ad est di Giarabub, e
terminava alcuni chilometri a sud dell’oasi,
intercettando la pista per Siwa che io stavo in
quel momento percorrendo
(foto 5).
Ad un certo punto
scorsi in lontananza un camion in mezzo alla
pista. Avvicinandomi mi accorsi che si trattava
di un mezzo militare in parte arrugginito e
semidistrutto. Scesi per osservarlo da vicino e
mi si strinse il cuore: sul muso del veicolo si
poteva chiaramente leggere la marca:
LANCIA 3
RO.
 |
LANCIA
3RO |
Era certamente saltato su una mina perché
non si notavano fori di proiettili.
Continuai
ad avanzare e poco dopo scorsi ai piedi di una
gara un altro camion, anch’esso chiaramente
militare. La cabina di guida mancava quasi del
Continuai ad avanzare e poco dopo scorsi ai
piedi di una gara un altro camion, anch’esso
chiaramente militare. La cabina di guida mancava
quasi del tutto ed il cassone presentava un foro
slabbrato di una trentina di centimetri di
diametro che lo attraversava da parte a parte.
Si trattava di un "Bedford" inglese. Sorrisi
dentro di me e pensai: parità, uno a uno.
Poi il reticolato si
allontanò rapidamente sulla mia sinistra mentre
la pista girava lentamente verso sud-est e le
colline si allontanavano a loro volta verso
destra, lasciando davanti a me un’ampia pianura
sabbiosa. Si cominciavano a scorgere in
lontananza catene di dune di un bel colore
dorato dovuto al sole pomeridiano che le
illuminava.
Per diversi chilometri non incontrai più alcuna
traccia di guerra; poi improvvisamente a fianco
della pista comparve una costruzione che non
avevo potuto notare da lontano perché piuttosto
bassa. Si trattava di una cisterna lunga una
decina di metri, semi-interrata; poco più avanti
una seconda e finalmente comparve un fortino,
non molto alto e perfettamente conservato. Si
trattava dell’ultima ridotta con cui terminava
il reticolato di Graziani.
All’interno, oltre ai soliti avanzi di divise,
scatolette e bossoli, trovai anche degli
spezzoni cilindrici di materiale solido di
colore bianco opaco che pensai trattarsi di
esplosivo.
Ad alcune centinaia di metri dal fortino notai
una pista di atterraggio marcata da bidoni da un
gallone usati durante la guerra sia
dall’aviazione inglese che da quella
italo-tedesca.
Ma quello che mi sorprese maggiormente fu la
presenza di circa un chilometro di pista
massicciata, perfettamente conservata.
Evidentemente per evitare gli insabbiamenti,
lunghi tratti di pista erano stati lastricati
con la pietra calcarea circostante e quello che
io osservavo ora era proprio uno di quei tratti
ancora in ottimo stato.
Continuammo lungo la pista (foto 6) che ora
procedeva in direzione francamente est. Notai in
lontananza una grande pianura di colore marrone,
una specie di depressione con in mezzo ampie
zone che luccicavano; si trattava dei laghi
salati meta del nostro viaggio (foto 7). I
cordoni di dune si erano intanto avvicinati
sensibilmente, a qualche centinaio di metri.
Le prime dune erano alte una settantina di metri
ma le successive mi sembravano notevolmente più
alte. Era l’inizio del grande
erg di Calansho
che si estende a sud sino all’oasi di Kufra.
Sulla sinistra erano ricomparse le
garet
che si spingevano sino al bordo della
depressione occupata dai laghi. Il nostro
convoglio viaggiava ora su un terreno solido,
costituito da calcare biancastro, più o meno
pianeggiante, una specie di piattaforma, una
enorme balconata che a nord si collegava con una
ripida scarpata alla depressione e a sud spariva
sotto le dune. Il sole del tardo pomeriggio
rendeva l’intera regione affascinante. Mi fermai;
avevo percorso circa 40 chilometri da quando
avevo abbandonato il villaggio. La temperatura
di quel giorno di fine Giugno era ancora molto
elevata. Poi, sceso dalla Land Rover, ordinai di
scaricare i veicoli e di montare il campo.