LA STANZA  di ANTONIO STEFANILE 
  

Antonio Stefanile
   

 

La Hadra


Cara famiglia di tripolini, eccomi a voi per raccontarvi un’ulteriore ricordo della mia adolescenza nelle campagne di Collina Verde. Come ben sapete sono nato in una famiglia di contadini che hanno sempre lavorato come altri italiani la terra di Libia, rendendola un paradiso di tutto. 

Con mio padre Stefanile Raffele, collaboravano diversi operai libici con le rispettive famiglie e figli con i quali sono cresciuto nel massimo affetto e rispetto. Tra gli operai alcuni erano “fezzanesi” provenivano dal Fezzan, regione nel sud della Libia. Di colore, non tanto alti, fisico muscoloso e di carattere leale e mite. 

Crescendo, trascorsi con tutti momenti felici, indimenticabili, specialmente in occasione delle loro feste: matrimoni, circoncisioni, la fine del mese sacro del Ramadan, l’Asciura, l’Aid el Milud (la nascita del profeta Maometto). In occasione di quest’ultima, quando abitavamo nella campagna di Campione, non tanto lontano da casa, forse duecento metri, sotto un gigantesco mandorlo organizzavano la tradizionale Hadra conosciutissima in nord Africa e di tradizione berbera. 

A sera inoltrata e tutti attorno al fuoco al ritmo dei tamburi: la darbuka a forma di anfora senza manici, il bendir conosciutissimo in tutto il mondo arabo, cambia solo il nome in qualche paese, il rip  (tamburello a percussione) che teneva il ritmo della musica, provvisto sulla cornice circolare di tanti piattini di metallo a una certa distanza gli uni dagli altri. 

Immancabile la “magruna” flauto a due canne (gusbe) unite, a una estremità sui due fori venivano infilate due corna di montone (kebsc) era chiamata anche “flauto del pastore”. La parola magruna per la sua somiglianza, deriva dal termine arabo magrun che significa fucile, doppietta. 


Magruna
Darbuka
Bendir

Iniziavano a danzare intorno al fuoco, i tamburi erano rivestiti con pelle di capra, questa spesso veniva scaldata sul fuoco, si pensava che dopo picchiandoci sopra avesse un effetto più sonoro. Ho usato il termine “picchiandoci” perché nel mondo arabo darbuka prende origine dalla parola odrob, darb che vuol dire bastonare, picchiare. 
Io restavo li affascinato, incantato, quasi posseduto dal ritmo dei tamburi e dai danzatori che attorno al fuoco come i Dervisci, giravano su se stessi con una certa velocità, dondolando i corpi e ondeggiando le teste. 

La parola Hadra  (clicca sulla parola e guarda il video) significa trance, presenza. Consiste nell’intonare lodi e preghiere al fine di raggiungere un grado di estasi considerata frutto di una unione con la presenza divina. Lodi, invocazioni e preghiere non del Corano, perché nessun strumento può accompagnare la voce umana quando ne salmeggia i versi. Nel frattempo si scaldava sul fuoco il mengel piccolo falcino per tagliare l’erba, che diventava incandescente. Durante le danze qualcuno arrivava allo stato di trascendenza, di trance, costituiva l’essenza della Hadra gli tiravano fuori la lingua, posandoglielo sopra, senza che questi manifestasse nessun segno di dolore. 

A malincuore dovevo tornare a casa, ma sarei restato fino alla fine che arrivava quasi all’alba, però dalla finestra continuavo a sentire il ritmo dei tamburi che trasmettevano energia, emozioni uniche in quelle serate calde, stellate e magiche della Libia. Chissà se dopo 46 anni il buon Dio mi regala una viaggio di qualche giorno. Ishallah 

Antonio Stefanile 

agosto 2016

 


      
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