La stanza  di Emilio Luigi Parlato


Emilio Luigi Parlato



 

CAPITOLO IV

 

Ricordi tripolini di   gioventù

  

La mia infanzia 

Finora ho raccontato episodi della mia vita, avvenuti quando ero già in e matura, questa volta vorrei soffermarmi su avvenimenti accaduti prima del 1943, sconosciuti ai giovani nati dopo quella data, stuzzicando i  ricordi di quelli della mia età, ma continuando sempre a  parlare  di  Tripoli,  nome  caro  a  tanti  di  noi,  che  vi hanno vissuto.

Sono nato in questa bella città da genitori siciliani, che si chiamavano Carmela Sferrazza e Antonio Parlato. Carmela  era  nata a  Castrofilippo  il  2  Dicembre  1892, aveva  altri  fratelli  più grandi,  di  cui  uno,  Salvatore, stabilito  da alcuni  anni  in America.  Nel  1908,  i  fratelli più grandi decisero di raggiungerlo negli Stati Uniti, per cercare fortuna, portando con loro anche la sedicenne Carmela, che con una sorella cominciò a lavorare in laboratori tessili, mentre i maschi si dedicarono alla manutenzione   bituminosa   della   strade,   incontrando tanti altri siciliani, che come  loro si adattavano ai lavori più umili e pesanti.

Il mio Atto di Nascita

Mio padre era nato a Favara il 19 Marzo 1888. Anche lui era emigrato in America e aveva intrapreso la strada di molti come lui, incontrando nel luogo di lavoro dei castrofilippesi. Quando si vive lontano dalla patria, conoscere persone che abitavano vicino al tuo paese dorigine, sembra di respirare la stessa aria, per cui il giovane  Antonio,  lavorando  con  i maschi  della  famiglia Sferrazza,   si   era   talmente   sentito   parte   di   loro,   da conoscere e frequentare anche il resto della famiglia, il ramo femminile, per cui presto Carmela e Antonio, attraverso vari inviti, simpatizzarono, tanto che, quando al principio del 1911, i fratelli Sferrazza decisero di ritornare  al  paesello,  Antonio,  pur  non  facendo  parte della famiglia, decise di fare altrettanto. Naturalmente anche tra Favara e Castrofilippo ci si scambiava qualche visita e lamicizia continuava. Proprio quell’anno lItalia aveva   intrapreso   una   guerra   con   la  Turchia   per   il possesso della Libia.

La vinse e molti avventurosi giovani vi si recarono, per trovare una sistemazione migliore. Tra questi intrepidi garibaldini cera Antonio, mai stanco di provare altre emozioni, che, prima della partenza, andò a salutare la famiglia  Sferrazza,  promettendo  alla  giovane Carmela che sarebbe ritornato.

Erano  i  primi  anni  del  1912.  In  quella  terra  deserta, tutto si doveva costruire e creare dal nulla e lui cominciò con   quello   che  sapeva   fare:   il   falegname.   Aprì   una bottega, costruendo con le proprie mani mobili e suppellettili, che servivano ai nuovi abitanti di Tripoli. Il suo pensiero però era rivolto a Castrofilippo, a quella giovane, a quella promessa.

Infatti nei primi mesi del 1913 ritornò, si presentò alla famiglia Sferrazza, accompagnato dai suoi genitori e il 4 Maggio 1913 Antonio e Carmela, uniti in matrimonio, compirono il viaggio di nozze alla volta di Tripoli, sulla motonave   Arborea.   Le   cose  andarono   bene   per   il giovane Antonio, che, con laumento della famiglia, ebbe il  coraggio  di  iniziare  una  nuova  attività, aprendo,  in una  via  molto  centrale  di  Tripoli,  corso  Vittorio Emanuele, un bar, che intitolò Concordia. Si trovava di fronte al Palazzo di Giustizia, perciò era frequentato da tanta gente e funzionari del palazzo e per essi mio padre produceva   tante   specialità   come   la   granita   di   puro limone  in  estate  e  i  pupi  di  zucchero  nel periodo  dei morti.

Era  il  14  Maggio  1923,  quando  ho  visto  la  luce,  in Zenghet   Hassuna   Pascià   n.12.   Sebbene   fosse   una piccola  strada,  si trovava  al centro  della  cit  ed univa due grosse arterie importanti, corso Vittorio Emanuele e via Lombardia, poi diventata via Costanzo Ciano. Il mio arrivo è stato accolto con grande festa da mamma, papà, mio fratello Vincenzo, di 9 anni, Angela di 8 e Carmelo, che anni ne aveva 3. Nel 1929 è nata lultima, Maria, quando  io avevo già 6 anni e frequentavo  la scuola dei Fratelli Cristiani,  in  via  Roma.  Conservo  di  quellanno, una foto  di gruppo  con i due Fratelli,  insegnanti  e noi, 39  alunni,  con  il  tricolore  al  centro.  Poi  sono  passato alla  scuola  Roma  per completare  le  elementari.  Nella scuola cattolica era stato possibile iscrivermi senza presentare documenti; passando alla scuola Roma, pubblica, che richiedeva un documento di identità, mia madre, al Comune, si trovò di fronte ad una grande sorpresa. Il figlio, che per sette anni aveva conosciuto e chiamato Luigi, aveva un primo nome Emilio. Il mistero si svelò a casa, quando mio padre, messo alle strette, confessò che, dato che ero il terzo figlio maschio e padre e suocero erano stati accontentati nel nome, recandosi allufficio anagrafe con laccordo, tra marito e moglie di chiamarmi Luigi, in un impeto di ribellione e di novità, pensò ad un nome nuovo per la famiglia, chiamandomi Emilio Luigi. Ma, molto coraggiosamente, di questa decisione, non fece parola con nessuno, tanto che tutti, e  anche  lui,  mi  chiamavano  solo  Luigi.  Dopo,  con  il passare  degli  anni,  essendo  tutti  abituati  a chiamarmi così, sono rimasto Luigi o Luigino; anche per i Castrofilippesi sono ancora zi Luigì e per i miei nipoti nonno  Gigi.  Uso  Emilio  per  le  firme  ufficiali  e  per  il codice fiscale.

Alla  scuola  pubblica  avevo  un  bravo  maestro  Mario Villani, che era molto severo e pretendeva il massimo dell’attenzione, usando, qualche volta, la bacchetta sulle nostre   mani.  Anche   di   questa scuola  ho  le   pagelle, quella  del  33  e  quella  del  36  con  scritte un  po  in grassetto Opera Balilla e fasci Littori, infatti eravamo inquadrati alla G.I.L. Gioventù Italiana del Littorio, che un po nelle ore  di educazione fisica e un po il sabato pomeriggio, chiamato sabato fascista, ci teneva in forma, nelle palestre e negli stadi dove avveniva pure il saggio ginnico il 24 maggio, anniversario dellentrata dellItalia nella prima guerra mondiale.

Tripoli,  Scuola Roma, 1934 - Pronti per il saggio ginnico (io sono il 4° in piedi da sinistra)

Si partecipava   con   grande   entusiasmo   prima   come Balilla, poi come avanguardista, quindi come giovane Fascista,  secondo letà. La  nostra  divisa ginnica consisteva in un paio di pantaloncini neri, una maglietta bianca a maniche corte, orlata da una fettuccia nera alle maniche  e al  collo,  al  centro del  petto  un fascio  con fronde   ai   lati   e   scarpette   da   ginnastica.   Le  giovani Italiane portavano  scarpette  da  ginnastica,  calzini bianchi,  gonna nera  a pieghe, camicetta  aderente  al corpo, con una grande M, che simboleggiava il nome del Duce.  Oltre  la scuola  frequentavo  pure la  chiesa  e  mi rivedo in Cattedrale ad ascoltare la messa domenicale e al  catechismo del  pomeriggio,  e