La stanza  di Fabio Chiodi

Fabio Chiodi

 DIARIO DI UN PROFUGO  di   Fabio Chiodi

 I°   parte

              

                   Eravamo a casa del mio amico, l'Assessore Massimiliano Sonetti,  Vania, la moglie, aveva preparato una cena fantastica tutta a base  di pesce. C'erano diversi invitati tra cui il Segretario comunale Cerano e signora, l'Assessore Paoli e signora, un generale e signora,  e un sacerdote. Il padre era nato in Egitto ed iniziò a parlare della  sua vita ma ben presto l'attenzione si spostò su di me, perché Massimiliano disse:  «Sapete, Fabio è nato a Tripoli, in Libia?»  Venni sollecitato a dire qualcosa e a grandi linee cominciai a parlare della guerra, la fuga in Italia, sino alla cacciata da parte del Colonnello Gheddafi di tutti gli italiani là residenti. Ormai la cena era terminata e guardando l'orologio ci accorgemmo che si era fatta mezzanotte. Ci apprestavamo a rientrare quando il sacerdote disse:  «Perché non scrivi un libro sulla tua vita?»  «Padre» risposi «io so raccontare i fatti perché li ho vissuti personalmente, ma non ho mai scritto niente».  «Prova» ribadì «non si sa mai, potrebbe essere interessante special mente per i giovani di oggi, per far capire loro che cosa si prova  quando si vivono momenti di guerra».  In effetti il giorno dopo l'idea di scrivere il libro mi rimuginava in  testa. Che faccio, ci provo? Ma a chi può interessare? Alla fine mi  sono convinto: decisi di dividere in quattro parti il diario della mia  vita: l'inizio della guerra il 10 giugno del 1940, la fuga in Italia, il  rientro a Tripoli nel 1947 e l'espulsione dalla Libia nel 1970.

Tutto iniziò quel 10 giugno, avevo otto anni, e tutta la mia famiglia  era  riunita  attorno  ad  una  vecchia  Radio  Marelli.  Nonno  Beppino  Naldini,  nonna  Zelia,  zio  Mario,  zio  Luciano,  babbo  Renato,  mamma Iolanda e mio fratello Marcello di cinque anni. Gli altri  miei zii, Renzo ed Amelia, erano a casa loro. Erano tutti attenti:  parlava il Duce, diceva che aveva consegnato la dichiarazione di  guerra all'Inghilterra. Guardavo i miei senza capire che cosa stesse  succedendo, però vedevo che le loro facce erano preoccupate e mio nonno disse: 

«Qui le cose si mettono male. Ho fatto la guerra e so cosa vuol dire». 

Intanto era giunta l'ora di pranzo e mentre mangiavamo tutti parlavano di questa guerra che stava arrivando. Nel pomeriggio verso  sera si cominciarono a sentire degli scoppi. 

Qualcuno disse: «Stanno facendo le prove». 

Poi gli scoppi si fecero più forti e più vicini. 

Mio nonno ordinò: «Stanno bombardando! Di corsa tutti da Miscerghi, ci sono le cantine!» Miscerghi era un commerciante arabo di alimentari. Mia nonna Zelia prese la testa del gruppo, malgrado i  cento  chili  di  peso  sembrava  che  volasse,  dietro  tutta  la  famiglia. Dopo un'ora il bombardamento era finito e, passata la paura,  uscimmo fuori dal nostro rifugio: nonno Beppino ci comunicò che  erano stati aerei francesi a gettare degli spezzoni. Lui aveva visto  tutto perché non era entrato nel rifugio e si era sistemato in un punto alto per poter controllare meglio la situazione. Lui aveva fatto  la guerra per diversi mesi...! Iniziò un periodo di bombardamenti e la paura si faceva sempre più grande, tanto che mio padre decise  che ci dovevamo allontanare e andammo a Zuara, una cittadina a  100 km da Tripoli.

La famiglia che ci dette ospitalità si chiamava Graziani ed erano pescatori di spugne. Ricordo questa casa piena di  spugne ed io e mio fratello che passavamo il tempo giocando con  quegli oggetti morbidi, non ne avevamo mai visti tanti. Pochi giorni dopo l’inizio della guerra, il funerale  di Italo Balbo,che ebbe luogo il 29 giugno sul Lungomare di Tripoli. La salma, poggiata su di un affusto di cannone avvolta dalla bandiera italiana, sfilò davanti a migliaia di persone. Balbo era stato abbattuto con il suo aereo dalla contraerea della nave San Giorgio a Tobruk, come si disse all’epoca, per errore…

Intanto il fronte militare si era spostato verso Sollum in Cirenaica, le incursioni aree erano diminuite ed i miei decisero di rientrare a Tripoli.  Eravamo rientrati da poco quando il 21 aprile del 1941 avvenne il  bombardamento aereo-navale. 

Mio padre che era stato sotto-ufficiale di marina diceva: «Sparano  con i 381». In effetti oltre al bombardamento aereo una squadra navale inglese si era presentata all'imboccatura del porto e aveva  iniziato il cannoneggiamento. Finita l'incursione si seppe che un colpo di  cannone  si  era  infilato  nel  condotto  di  aerazione  della  filiale della Banca d'Italia ed era scoppiato nel rifugio: aveva fatto  una carneficina. Mia madre si impressionò moltissimo e decise che  bisognava  fuggire  da  Tripoli.  Mio  nonno  e  mio  padre  sarebbero  rimasti lì, mia nonna, mia madre, mio fratello ed io saremmo andati  in Italia, che era molto più sicura; anche i miei zii Mario e Luciano  rientrarono in Italia. Zio Mario all'epoca stava studiando all'Università di Napoli per prendere la laurea in Scienze Orientali; era anche un bravo pianista, era il pupillo di Padre Illuminato Colombo, francescano, e spesso veniva chiamato a suonare l'organo durante  le cerimonie religiose nella cattedrale.

Dopo circa un anno la guerra in Africa Settentrionale terminò invece in Italia durò fino al 1945 e noi la vivemmo tutta. Una mattina ci  portarono verso l'aeroporto di Castel Benito e c'imbarcammo su  dei bombardieri adibiti al trasporto di donne e bambini verso Castelvetrano in Sicilia. Il viaggio fu terribile. Appena alzati in volo, molte persone iniziarono a rimettere per i vuoti d'aria. Era passata mezz'ora  quando  in  lontananza  si  vide  passare  un  aereo  inglese  che sventagliò una raffica di mitraglia. Anche il nostro mitragliere rispose al fuoco. Dalla paura ci buttammo tutti sull'impiantito dell'aereo in mezzo al vomito. Forse quel primo volo drammatico  fece sì che in futuro avrei sempre avuto paura di viaggiare in aereo.  Arrivati a Castelvetrano fummo accolti da alcuni incaricati che ci  comunicarono che eravamo PROFUGHI DELLA LIBIA. In treno  proseguimmo  verso  Firenze  dove  mia  nonna,  di  origine  toscana,  aveva dei parenti. Andammo ad abitare per un certo periodo alla  Costa Scarpuccia, poi in via Belvedere nella zona di San Niccolò  proprio  all'inizio  della  scalinata  che  porta  verso  il  Piazzale  Michelangelo. Iniziò una odissea di fame e di stenti. Faceva freddo quell'inverno del 1941-1942 e noi non eravamo abituati a tali temperature. La sera quando andavamo a letto mia madre ci metteva lo  scaldino: era un “trabiccolo” di legno dove veniva agganciato un vaso di coccio con della brace. Per me e mio fratello era una novità (a Tripoli non c'era certo bisogno di scaldare il letto) e bisognava  stare attenti a non muoversi molto altrimenti lo scaldino si poteva 

rovesciare. La mattina appena alzati prendevamo un po' di latte, un pezzo di pane e andavamo subito a scuola. Io facevo la quinta  elementare, mio fratello la seconda, presso la scuola Demidoff di San Niccolò. 

 

Firenze, 1942 – IV classe elementare scuola Demidoff

Prima della refezione alle ore 10.00 ci davano un cucchiaio di olio  di  fegato  di  merluzzo. Aveva  un  sapore  disgustoso,  ma  eravamo  obbligati a prenderlo perché i futuri soldati del Duce dovevano cre scere forti e pronti al combattimento.

Le  mie  prime  amicizie  furono  Mario,  Carla,  Piero,  Giovanna;  quest'ultima  mi  piaceva  tanto,  era  la  figlia  di  una  cugina  di  mia  madre e ogni volta che la vedevo cominciavo a sentire qualcosa di  strano dentro di me e mi rimescolavo tutto. Ancora non capivo che  cosa fossero queste sensazioni. Chissà dove saranno adesso i miei  vecchi amici? Sono passati sessant'anni, qualcuno non ci sarà più. 

Ricordo che il divertimento di noi ragazzi era la “sassaiola” rione  contro  rione,  oppure  ci  arrampicavamo  sulle  mura  per  andare  a  prendere i capperi. Invece quando stavamo con le ragazze, e questo  era il gioco che mi piaceva di più, recitavamo una vecchia ballata popolare  “La bella Fantina”, 

Dove vai, dove vai,  Bella Fantina,

Vado a prender l’acqua per bere e cucinar

Vado a prender l’acqua per bere e cucinar…

E l’”Olandesina”

 

Olandesina, mia fanciulla divina

Olandesina, tu appartieni al mio cuor

Tu sarai sempre la mia più cara bambina…

 

I mesi passarono e finite le elementari, iniziai a frequentare la prima  media. Appena alzato la mattina mangiavo un pezzo di pane, niente  latte perché non c'erano i soldi per comprarlo, poi di corsa mi appostavo perchè volevo accompagnare Giovanna che frequentava la  mia stessa scuola. Alla fine delle lezioni, stessa cosa, la aspettavo  di nascosto e poi facendo finta che la cosa fosse casuale andavamo  a casa insieme.

A casa la miseria e la fame erano sempre grandi. Mia madre aveva venduto i pochi oggetti d'oro che aveva e si era disfatta di tutto il  corredo; faceva i salti mortali per trovare qualcosa da mangiare per  noi. Ogni tanto grazie a quel certificato di PROFUGHI DELLA LIBIA riuscivamo ad avere un po' di cibo da qualche associazione.

Firenze, 1942  - Mamma Jolanda, Marcello e Fabio in Piazza della Signoria

Intanto  anche  a  Firenze  c'erano  i  bombardamenti.  Molte  volte  prima che suonassero le sirene per dare l'allarme, le fortezze volanti americane erano già sopra le nostre teste. Terminato il bombardamento noi ragazzi uscivamo dai rifugi e andavamo subito in  giro per recuperare le schegge, a volte ancora calde, per portarle  all'Opera Nazionale Balilla dove venivano raccolte.

Finalmente, un giorno, arrivò anche mio padre da Tripoli; ora le  cose sarebbero cambiate, pensavo, invece non riusciva a trovare lavoro. In Libia faceva l'assistente edile e questa non era un'occupazione facile da trovare. Venne a sapere che alla TOD tedesca, il genio militare, cercavano autisti. Si presentò e fortunatamente venne  assunto. Gli diedero un'auto, una Lancia, che avevano sequestrato  al vescovo di Ravenna e il suo lavoro consisteva nell'accompagnare un capitano tedesco nelle ispezioni che faceva sopra a Vicchio di  Mugello, verso il Passo della Futa. I tedeschi stavano approntando  la famosa linea gotica che avrebbe dovuto fermare l'avanzata anglo  americana. Il capitano tedesco conosceva qualche parola di francese, mio padre un po' lo masticava e alla meno peggio si capivano. 

Quando erano sulle piazzole dove avrebbero dovuto trovare posto dei cannoni, il capitano aveva sempre qualcosa da ridire. Spesso capitava che il capo mastro non capisse ciò che il capitano diceva,  anche perché non conosceva la lingua tedesca, invece mio padre,  avendo fatto lo stesso lavoro, interveniva spiegando che cosa intendesse dire il capitano. Dopo alcuni interventi un giorno mio padre  fu mandato a chiamare dal capitano che per mezzo di un' interprete gli disse: «Prima di fare l'autista che mestiere facevi?» 

E  mio  padre  rispose:  «Non  ho  mai  fatto  l'autista,  ero  assistente  edile». 

Appena  pronunciate  queste  parole,  il  capitano  gli  disse:  «Dalla  prossima settimana farai l'assistente contrario a tre ditte italiane e  riferirai a me». In poche parole doveva fare l'interesse dei tedeschi.  Certo mio padre non era il tipo da far questo, comunque le ditte per 

tenerselo buono cominciarono ad invitarlo a pranzo e a cena. Quando si rese conto che lì c'era da mangiare si fece prestare una vettura,  venne a Firenze, caricò su moglie e figli e ci portò a Vicchio. Anche  noi fummo accolti bene, spesso venivamo invitati a mangiare da  quei titolari di ditte: prosciutto, pane casereccio, fettuccine, polli  arrosto, patatine e tanta tanta frutta: non ci sembrava vero! Per la  fame arretrata che avevamo, dopo quindici giorni tutto questo cibo  causò la dissenteria a me e a mio fratello.

Intanto alcuni episodi riguardarono mio padre ed uno di questi in  seguito gli salvò la vita. Un giorno venne fermato da alcuni partigiani della Brigata Garibaldi che gli chiesero perché lavorasse con  i tedeschi. Mio padre rispose che era PROFUGO DELLA LIBIA, aveva famiglia e  bisogno di lavorare, quindi causa forza maggiore aveva dovuto accettare la prima occasione capitatagli. «Moro» gli dissero,  infatti  mio  padre  d'estate  diventava  scuro  di  carnagione  «sappiamo che ti comporti bene, appena ti diciamo di andare, vattene via». 

In effetti spesso gli operai gli chiedevano dei permessi con la scusa  di andare a tagliare il fieno, ma lui sapeva benissimo che andavano ai raduni con i partigiani. «Andate, andatepure» mio padre diceva  loro «ci penso io».

Un altro episodio interessante accadde mentre veniva riparato un ponte: i tedeschi, durante i lavori, avevano piazzato una mitragliatrice  nell'eventualità  di  qualche  attacco.  Finita  la  riparazione  se  ne andarono lasciando per terra un nastro di mitraglia. Mio padre senza pensarci lo prese e lo portò al comando tedesco; un tenente  tedesco lo ringraziò. 

Il capitano quando venne a conoscenza del fatto andò su tutte le furie. «Non sai che pericolo hai passato» disse a mio padre «Se ti  avesse fermato una pattuglia tedesca ti potevano mettere al muro e  fucilarti». Invece l'episodio si sarebbe rivelato importantissimo in 

un futuro molto prossimo.

Le truppe alleate stavano avanzando, siamo nel '44, e una sera il capitano chiamò mio padre e gli disse: «René, domani noi partire per  Germania, tu venire con noi». Mio padre rispose che l'indomani  mattina sarebbe partito con loro. Invece i fatti non andarono così.

Poiché  mia  madre,  mio  fratello  ed  io  eravamo  già  rientrati,  mio  padre  durante  la  notte  si  calò  da  una  finestra  e  attraversando  la campagna si avviò verso il capoluogo toscano. Ad un certo punto si trovò costretto ad attraversare una strada. Davanti a lui c'era un'altra persona, in quel momento passò una camionetta con tre tedeschi  che si fermarono a parlare con quella persona e lo caricarono sulla  camionetta. Dopo parlarono con mio padre e gli chiesero i documenti; nel consegnarli si accorse che a bordo c'era anche il tenente  a cui aveva consegnato il nastro di mitraglia. Un po' a gesti, un po' con il tedesco maccheronico si fece capire. Il tenente si ricordò del l'accaduto e gli disse: «Tu buono camerata, puoi andare. Raus».

Intanto riunita tutta la famiglia a Firenze aspettavamo l'arrivo degli  americani.

Un pomeriggio apparvero dei manifesti che comunicavano alla popolazione che avrebbero fatto saltare i ponti e tutti coloro che abitavano vicino dovevano trasferirsi nella zona di Campo di Marte. Noi  abitavano con mio zio Mario in piazza Ferrucci vicino al Ponte di  Ferro. Mio padre e mio zio riuscirono fortunatamente a trovare un carretto caricarono le poche cose che avevamo: materassi, coperte, piatti, posate, qualche bicchiere e via verso Campo di Marte.

Non  sapevamo  dove  andare  perché  non  conoscevamo  nessuno  e  mentre attraversavamo una strada vedemmo della gente che stava  caricando una macchina, mio padre si avvicinò e chiese se sapevano dove potevamo andare per trovare un posto per sistemarci. 

La  persona  interpellata  disse:  «Capitate  a  proposito.  Sono il direttore della filiale Lancia, sopra la casa è vuota, potete prendere  il nostro posto, l'unica cosa di cui deve occuparsi è il magazzino  ricambi situato qui sotto: se vengono i tedeschi deve aprire la porta  e lasciarprendere loro ciò che vogliono. Ora vado via con la mia famiglia». Ci augurò buona fortuna e partì. Molto contenti andammo  sopra  e  ci  accampammo. Mettemmo  i  materassi  per  terra  ed  usammo le poche stoviglie presenti nella cucina. La sistemazione  non era certo delle migliori, ma eravamo contenti perché avevamo  trovato un tetto sulla testa.

Durante la notte arrivarono i tedeschi, bussarono, mio padre scese di corsa, spalancò la porta, essi entrarono, presero diversi pezzi di ricambio e se ne andarono. Mio padre fu rincuorato dal fatto che il  suo  compito  consistesse  soltanto  in  questo.  Invece  una  sera  i 

tedeschi  arrivarono  con  un  camion  e  due  motociclette  cingolate,  bussarono, poiché mio padre tardò a scendere, con il mitra fecero saltare la serratura ed entrarono. Alcuni di loro, dalla parte interna,  salirono le scale verso il nostro alloggio; mia madre e zia Teresa  erano giovani e s'impressionarono moltissimo. Mio zio si nascose, mio  fratello ed  io  rimanemmo  attaccati  a  mia  nonna.  Entrarono senza tanti complimenti e dettero uno sguardo in giro. Un soldato  aveva attaccato al petto una targa con scritto African Corps. Mio padre capì che quello era stato in Libia perciò gli disse che anche noi eravamo PROFUGHI DELLA LIBIA. Il tedesco capì e disse in un italiano stentato: «Voi povera  gente, ma domani noi venire qui, mettere bomba e tutto saltare». Poi esclamò: «Raus» ed insieme ai colleghi se ne andò. 

E così si ricominciava: caricammo il carretto con le nostre carabattole e ci mettemmo  a  cercare  un  posto  dove  poter  alloggiare. Qualcuno ci comunicò che lì vicino c'era una casa dove fino a poco  prima aveva alloggiato insieme alla sua famiglia un uomo appartenente alla milizia fascista. Adesso erano scappati. Mio padre e mio zio aprirono la porta colpendola violentemente con la spalla ed entrammo. La casa era deserta: c'erano soltanto dei mobili coperti con delle lenzuola. Ci accampammo lì alla meno peggio. Mio fratello ed io ci mettemmo a rovistare finché non trovammo una cassetta di vini. Era probabilmente un vino da enoteca liquoroso e  molto dolce ma bevibile a tal punto che in poco tempo la mia famiglia ne fece fuori subito due bottiglie. La notte i grandi dormivano sul letto, mio fratello ed io per terra. L'indomani mattina mi recai con mia nonna Zelia al forno per prendere il pane, lì sentimmo dire  dalla gente che stavano arrivando gli americani. Intanto i tedeschi 

stavano lasciando la città e i partigiani cercavano di occupare i posti chiave. Nella città, e questo era un grande problema, erano rimasti  dei franchi tiratori ed il pericolo era sempre in agguato. Nella nostra  via non c'era più acqua e bisognava andarla a prendere con i secchi  ma dovevamo attraversare la via Masaccio dove era appostato un franco tiratore che non faceva sconti a nessuno, se vedeva passare qualcuno sparava, aveva fatto fuori diverse persone. D'altra parte avevamo bisogno dell'acqua; ci venne in soccorso un sacerdote che  fece una proposta ai nostri genitori: «Io vado avanti con la bandiera della Croce Rossa, se mi fa passare seguono i ragazzi con i secchi». 

Noi ragazzi inconsciamente ci dichiarammo pronti mentre i nostri genitori erano molto preoccupati. Alla fine si decise di fare come aveva detto il sacerdote. La cosa andò bene: il franco tiratore ci fece passare. Un giorno nell'attraversare via Masaccio ero rimasto un po' indietro nella fila, ad un certo punto arrivò una vettura con a bordo tre uomini e una donna. Fecero scendere la donna che chiedeva in tono supplichevole di essere lasciata libera. La lasciarono  andare ma fatti pochi passi dalla macchina partì una sventagliata di  mitra e la donna cadde bocconi. Dalla vettura gettarono un cartello dove c'era scritto: “spia fascista” e ripartirono velocemente. La poveretta era morta. Dalla testa usciva sangue e una materia giallastra  che penso fosse cervello. Rimasi come impietrito, meno male che il sacerdote mi venne incontro correndo e mi portò via. 

Finalmente arrivò il giorno della Liberazione. Abitavamo a piano terra  quindi  dalle  fessure  delle  persiane  guardavamo quello che succedeva. Lungo il muro del palazzo in fila indiana davanti i partigiani dietro le truppe di colore: indiani, pakistani, marocchini, degli  inglesi e degli americani neppure l'ombra. Arrivarono, quando la città venne ripulita dai franchi tiratori, con le camionette e gettavano alla folla cioccolata e sigarette. Intanto la fame era sempre più forte, la mattina mio padre usciva con la speranza di prendere qualcosa da mangiare. Ritornava con tre carciofi, oppure quattro patate o un cesto d'insalata. Bisognava considerare che anche economicamente  stavamo  molto  male.  In  compenso  mamma  Iolanda  era riuscita a conservare un sacchetto con della farina di piselli, quindi per  circa  un  mese  mangiammo  come  primo  piatto  tutti  i  giorni quella polenta, poi se c'era qualcosa si mangiava anche il secondo, altrimenti si saltava. In seguito per molto tempo mi bastava sentire l'odore di quel pastone per avere voglia di rimettere. 

La prima cosa che fecero gli alleati fu quella di razionare il pane fatto con la farina di riso: a noi, che eravamo in cinque  ne toccavano 0,750 grammi. Alle 5.30 del mattino mi alzavo perché ero il più grande tra i nipoti e andavo al forno per prendere il posto nella fila. Verso le 7.00 arrivava nonna Zelia e verso le 8.00 portava il pane a casa. Appena arrivava la nonna, mio fratello Marcello ed io ci precipitavamo, agguantavamo un panino e lo dividevamo: questa era  la colazione. Mio padre invece, cosa strana, appena arrivava il pane usciva dicendo che quel pane non gli piaceva. Io ero contentissimo perché sapevo che la razione di mio padre la potevamo mangiare Marcello ed io. La sera mia madre abbrustoliva dell'orzo che poi macinava e preparava una specie di caffé. Mio padre tirava fuori da  un  sacchetto una  galletta  fatta  con  farina  di  segale,  dura  che anche a sbatterla contro l'angolo di un tavolo non si rompeva. Poi la metteva in una tazza, aggiungeva un po' di zucchero ed il caffé 

che aveva fatto mia madre. Quando si era ammorbidita controllava, perché qualche volta affioravano dei vermetti, scremava il tutto e mangiava quella “sboba”. Non riuscivo a capire come mai non gli piacesse  il  pane  del  forno  ed  invece  mangiava  quella  porcheria. 

Solo dopo un po' di tempo mi sono reso conto perché mio padre diceva che non gli piaceva il pane fatto con la farina di riso: voleva lasciarne di più per noi.

Dopo  la  liberazione  siamo  rimasti  a  Firenze  per  alcuni  mesi.  La situazione era brutta e la fame era tanta, però non ci lamentavamo, ognuno di noi accettava la situazione con rassegnazione. Alla fine babbo Renato decise che bisognava andare a Roma dove abitava 

suo fratello Nello con zia Serafina, zia Carolina, Sandro e Roberto, che in seguito sarebbe diventato un noto giornalista. Una mattina, e lo ricordo molto bene perché avevo la febbre, montammo su un vagone di un treno merci, in un angolo c'era della paglia,  mi  sdraiarono  lì  sopra  e  piano  piano,  dopo  due  giorni  di viaggio, arrivammo a Roma. Zio Nello e famiglia abitavano in via Principe Amedeo a due passi dalla stazione di Roma Termini, ed in 

effetti stavano molto meglio di noi. Almeno avevano da mangiare. Però non potevamo trattenerci perché noi eravamo in cinque, gli zii ed i cugini erano in cinque e quindi stavamo troppo stretti. Mio padre  si  dava  da  fare  per  trovare  un'abitazione  ma  era  una  cosa difficilissima. Finalmente dopo un paio di settimane riuscì a trovare un alloggio a Centocelle, in via dei Castagni al numero 125. La casa era già abitata da marito e moglie che accettarono di dividere l'abitazione con questa famiglia di profughi. Dormivamo per terra con  dei materassi e una coperta, la cucina era in comune quindi ci avvicendavamo per preparare il pranzo. Anche per il tavolo dovevamo fare a turno perché ne avevamo soltanto uno. Comunque alla meno peggio andavamo avanti. Centocelle in quel periodo era abitata da 

molti borsari neri e persone dalla dubbia moralità. Mia madre vedendo quello che facevano gli altri, pensando di fare qualche soldo, un giorno mi disse:  «Senti, domani mattina presto andiamo a Roma in piazza Vittorio,  là vendono il pane bianco, ne prendiamo una decina di chili, poi  con un tavolino e una bilancia ti sistemi a piazza di Mirti e vendi il  pane. Che ne dici, non è una bellissima idea?»

La mattina dopo partimmo alle 5.00. Verso le 7.30 ero già pronto sul mio posto di lavoro. Purtroppo tra il pane che mangiavo, perché la fame era tanta, quello che sbagliavo a pesare e quello che rimaneva, dopo una settimana invece di guadagnare qualche soldo  abbiamo finito col rimetterci. Allora smesso il periodo di panettiere mio  padre  mi  trovò  un  lavoretto.  C'era  un  vecchio  fruttivendolo che tutti i pomeriggi con un carretto doveva andare a prendere la  verdura che arrivava con il trenino. Da solo non ce la faceva a spin gere il carretto ed io tutti i santi giorni andavo ad aiutarlo. Come ricompensa mi dava un cavolo, oppure dei carciofi, o dei peperoni, o patate secondo quello che decideva. Di corsa portavo il guadagno a casa e mamma Iolanda lo cucinava. La mattina andavo a scuola, frequentavo la seconda media, nel dopopranzo alle 14.30 spingevo il carretto, facevo velocemente un po' di compiti e poi andavo a giocare. Quando uscivo per andare con i compagni a giocare a calcio  mia  madre  mi  faceva  lasciare  le  scarpe  perché  ne  avevo  soltanto un paio e mi servivano per andare a scuola e alla messa la domenica, così uscivo con gli zoccoli o scalzo. Ricordo ancora qualche nome di quei ragazzi: Pietro e Erichetta, Antonio, le sorelle Olga, Ninni e Piera. Olga, la più grande, aveva qualche anno più di me e mi piaceva tanto. Ma ero molto timido anche se sembravo un ragazzo spigliato. Quando giocavamo facevo in modo di stare sempre vicino a lei e mi sentivo veramente felice.

In quel periodo accadde un fatto che ne parlarono anche i giornali. Stavamo giocando per la strada quando vedemmo arrivare tanti carabinieri con le camionette e due autoblindo e avemmo una grossa paura, poi delle persone più grandi di noi ci dissero che andavano ad arrestare il Gobbo del Quarticciolo. Dopo ho saputo che si trattava di una specie di Robin Hood che secondo il popolino rubava ai ricchi per dare ai poveri. Solamente dopo diversi anni, grazie ad un film intitolato “Il Gobbo” del regista Lizzani ho saputo che c'era  molto di più da raccontare. Il Gobbo del Quarticciolo, alias Giuseppe Albano, agì con la sua banda contro i nazifascisti nella zona sud-est di Roma tra il 1943 ed il 1945. Egli ed i suoi compagni erano mossi da un disagio sociale, che può essere riassunto nelle condizioni di vita miserevoli della loro borgata. Aderì al Movimento Comunista d'Italia che rifiutava l'atteggiamento di collaborazione del  Partito Comunista Italiano col fronte dei partiti antifascisti. Dopo la pace la banda del Gobbo continuò una sua guerra privata a carattere  banditesco, forse  strumentalizzata anche da gruppi interessati. Il 16 ottobre del 1946 venne ucciso dalla polizia in un conflitto a fuoco a via Fornovo, davanti la sede dell'Unione Proletaria.  

Intanto era nato mio fratello Mario. Ora la famiglia era composta da mio padre, mia madre, tre figli e mia nonna. Non c'era da mangiare per tutti e mio padre decise che io sarei andato da mia nonna Antonietta a Pantano Borghese, almeno avrei mangiato perché in campagna si stava molto meglio. Lasciai a metà la scuola e andai a Pantano. Dopo un paio di giorni di ambientamento, mia nonna parlò con un capoccia il quale mi comunicò che il mattino seguente sarei uscito con le donne del paese a zappettare l'erba cattiva intorno al grano. Mi misero in mano una zappa e guardando quello che facevano le ragazze cercavo di imitarle nel lavoro. Purtroppo dopo due giorni il capoccia parlò con mia nonna e gli disse che quello 

non era un lavoro per me, perché oltre a zappare la gramigna zappavo anche il grano. Mia nonna mi disse: «Voi ragazzi di città non sapete fare certi lavori, però non ti preoccupare te lo trovo io un lavoretto». 

In effetti parlò con il pecoraro del paese e tutte le mattine all'alba lo aiutavo a portare le pecore al pascolo. Prima di uscire la nonna mi dava un pane di campagna con del pecorino, oppure con delle fette di salame da una parte e dall'altra della cicoria. La pagnotta mi doveva durare sino al tramonto quando rientravo con le pecore. Invece verso le una avevo già spazzolato tutto. Allora il pecoraro mi dava del formaggio oppure della ricotta. 

Un giorno mi disse: «Sai fare le somme e le sottrazioni?» Ed io risposi soddisfatto: «Ma scherzi, ho fatto la prima media!»  E lui aggiunse: «Allora se mi insegni io ti regalo un canestrino di ricotta». 

Contentissimo cominciai a spiegargli le somme, e poiché già sapeva contare, ben presto imparò anche a farle per iscritto. Per la sottrazione non feci in tempo, perché un giorno mio padre mi venne a prendere, gli avevano detto che se volevamo tornare a Tripoli dovevamo avvicinarci ed andare in Sicilia. Quando arrivammo al campo profughi di Siracusa non c'era più posto, così molte famiglie vennero alloggiate in una vecchia caserma abbandonata che si 

chiamava “La Statella”. Nella nostra “abitazione” c'incontrammo con la famiglia Santagati che i miei conoscevano e da quel giorno il rapporto di amicizia con Franco, uno dei figli sarebbe durato sino ai nostri giorni. L'interno della caserma era diviso con delle tende della grandezza all'incirca di una stanza. Ogni famiglia aveva il suo quadrato e lì c'erano i letti, le valigie, e chi aveva il baule lo usava come tavolo. La mattina andavamo a turno nel bagno per fare i bisogni e lavarsi e verso le 8.00 gli addetti arrivavano con un pentolone e ci davano del latte e caffé con del pane. Quella era la colazione.  Invece alle 12.00 sempre con il solito pentolone, di quelli in uso per il rancio dei militari, portavano il pranzo, generalmente minestrone. Mio fratello Marcello ed io ci mettevamo in fila con le cinque gavette ed attendevamo il turno. Quando toccava a noi oltre la minestra ci davano una pagnotta. Inizialmente facevo il furbo, una la facevo prendere a mio fratello, ed una la prendevo io. Quando si accorsero che eravamo fratelli si arrabbiarono perché spettava una 

pagnotta a famiglia. Ricordo che quando arrivavano i due addetti che ci portavano da mangiare dovevano fare una trentina di scalini per venire al primo piano dove c'erano le famiglie e per le scale gridavano: «Sbifa... sbifa...». Quello era il segnale che si mangiava  per noi ragazzi, quindi di corsa a prendere le gavette per cercare di prendere i primi posti. Una volta riempite le gavette si andava in quella specie di camera dove c'era un letto matrimoniale in cui dormivano mio padre, mia madre e mio fratello Mario che aveva 

due anni, nell'altro letto dormivamo Marcello ed io con la testa ai lati opposti. Mangiavamo il nostro minestrone e un pezzo di pane a testa: quello era il pranzo. La sera facevamo la stessa cosa. Noi  ragazzi  appena  possibile  andavamo  per  la  strada  a  giocare, generalmente  andavamo  al  porto.  Un  giorno  mentre  guardavo  i picciotti che si tuffavano dal molo qualcuno mi dette una spinta e  mi buttò in acqua. Non sapevo nuotare e mi spaventai molto, per  fortuna che caddi vicino ad una barca e mi aggrappai. Dal molo i picciotti gridavano: «Nuotasse, nuotasse», ma io ero paralizzato  dalla paura. Finalmente due ragazzi più grandi di me si avvicinarono a nuoto e mi spiegarono che dovevo lasciare la barca ed andare indietro, poi nuotando dovevo tornare al posto di partenza. Il primo giorno avevo troppa fifa, in seguito tornai al molo e piano piano imparai a nuotare. Tre anni dopo a Tripoli avrei partecipato con gli amici Franco Vecchiettini e Ovidio Bracale alle gare di nuoto. 

Tripoli, 1950  - Franco Vecchiettini, Mario Chiodi, Fiorentini

Intanto mia nonna Zelia era rientrata a Tripoli dove era rimasto da solo mio nonno Beppino. Prima dello scoppio della guerra diverse famiglie italiane avevano mandato i loro figli nelle colonie in Italia.  In seguito questi ragazzi, causa la guerra, erano rimasti isolati dalle loro famiglie per cinque anni. Quindi le nostre autorità appena possibile iniziarono a farli rimpatriare verso la Libia. Mio  padre  un  giorno  mi  chiamò  da  parte  e  mi  disse  seriamente:  «Fabio  ormai  hai  quindici  anni,  sei  un  uomo...  dovrai  andare  da solo in treno da Siracusa a Napoli, lì sul molo cercherai il sig. Brandino,  dirai  che  sei  mio  figlio,  ci  saranno  tanti  ragazzi  e  ragazze, vedrai, t'imbarcheranno su di una nave e andrai a Tripoli dai tuoi nonni, almeno lì potrai mangiare. Te la senti?» 

Ed io risposi: «Va bene, vado». Mia madre mi fece una tasca nelle mutande e mi ci mise dei soldi poi mi disse: «Stai attento a quello che fai, Fabio, c'è tanta brutta gente in giro. Vedi, non è che noi ti vogliamo mandare via ma tu vai a stare meglio, qui si muore di fame». Baci, abbracci e partii con il mio amico Franco. Da Siracusa a Napoli ci mettemmo un paio di giorni, avevamo trovato posto in un carro-merci. Lì conobbi due ragazze: Immacolata, Titti per gli amici, e Livia. Titti era una bella biondina tutta pepe ed entrai subito nelle sue simpatie. Arrivati a Napoli c'era un comitato che ci aiutava. Gli addetti mi dettero una coperta per la notte e dormii per  terra tra due casse vuote. 

L'indomani  mattina  rintracciai  il  signor  Brandino  che  mi  disse: «Quando ti chiederanno, chi hai a Tripoli risponderai i genitori». In effetti feci come disse lui e mi ritrovai imbarcato sulla motonave  “Campidoglio”  con  qualche  centinaio  di  ragazzi.  La  prima  notte andai a dormire sottocoperta e la mattina appena alzato vedevo diversi ragazzi che rimettevano perché il mare era mosso. Invece io avevo dormito tutta la notte e mi sentivo bene. Appena alzato,  bevvi un po' di caffé e latte e dopo cinque minuti cominciai a rimettere tutto. Mi veniva lo stimolo ma non mi usciva niente perché avevo lo stomaco vuoto. Finalmente qualcuno mi dette acqua e limone e una pastiglia. Dopo un po' cominciai a sentirmi meglio. Titti mi disse: «Non andare a dormire sotto, vieni sopra coperta e dormi in mezzo a me e Livia».  Puntuale alla sera mi distesi in mezzo alle due ragazze. Titti aveva un bel petto e sentire per la prima volta il calore di una donna mi fece uno strano effetto, avevo il desiderio di abbracciarla, ma non feci proprio niente perché arrivò un prete con una donna dell'or-ganizzazione,  alzò  la  coperta  e  disse:  «Tutti  gli  uomini  a  prua  e le  donne  a  poppa.  Guai  a  voi  se  vi  ritrovo  insieme  nuovamente, specialmente quelli più grandi». Io rimasi da solo, anche se Titti mi chiamava, ma avevo paura che il prete si arrabbiasse sul serio. Na-

poli, Siracusa, Malta e finalmente Tripoli. Prima di entrare in porto guardavamo la città dove eravamo nati e sembrava un sogno. Le case tutte bianche con le persiane verdi, il lungomare, le moschee, il castello, le palme. Nel 1947 Tripoli era sotto l'amministrazione britannica. Appena  scesi  a  terra  il  personale  del  British Army  ci fece  incolonnare  e  ci  portarono  dentro  dei  capannoni.  Donne  da una parte e uomini dall'altra. Ci fecero mettere tutti in mutande, poi ci spruzzarono addosso una sostanza bianca. Dicevano che era DDT. Un medico ci fece una puntura sul petto che era antidifterica, anticolerica e antitifodea. Qualcuno sveniva, qualcuno scappava e veniva riportato indietro con la forza. Io ero impressionato però mi sottoposi a tutto ed uscii quasi subito. Ad attendermi c'era mio nonno Beppino ed appena mi vide disse: «Sei cresciuto, però sei molto sciupato. Vedrai la nonna ti ha preparato un pranzetto coi fiocchi». 

Arrivato a casa in via Platania, una traversa di via Mario Sonzini, trovai mia nonna che mi attendeva davanti la porta, baci e abbracci e subito in sala da pranzo. Non so descrivere la mia contentezza: prosciutto, salame, fettuccine al ragù, bracioline fritte con patate, 

frutta,  banane,  arance,  datteri,  fichi,  noci  ed  infine  nonna  Zelia aveva fatto la zuppa inglese. Iniziai a mangiare e mio nonno mi guardava. Ad un certo punto esclamò: «Ma da quanto tempo non mangi?» 

«Cinque  anni,  nonno»  gli  risposi.  E  così  con  quel  ritmo  andai avanti per un mese, tanto è vero che ingrassai circa dieci chili. Mio nonno decise che dovevo studiare per prendere la licenza di terza media ai corsi serali. La mattina invece sarei andato a lavorare con lui. Mio nonno nacque a Firenze e lasciato il servizio militare dopo la guerra italo-turca venne assunto a Tripoli come segretario nella scuola Arti e Mestieri, costituita dal governo italiano per la formazione della gioventù araba. In seguito venne assunto come direttore  nella ditta Viganò, negozio di lusso, che lavorava pellami. Dopo l'ultima guerra teneva la contabilità della ditta Journò, del Circolo Maccabi, del Caffé del Corso e dei cinema Odeon e Estivo Corso.  Era una persona intelligente, generosa, sostenitore di tutti gli sport e speaker ufficiale in diverse manifestazioni sportive. Nella ditta Elia Journò importavano impermeabili dall'Inghilterra ed esportavano bucce secche di arance che in seguito servivano per preparare la marmellata. Lavorai circa sei mesi in quella ditta, poi venni a sapere che cercavano un ragazzo in un negozio di ottica. La ditta si chiamava Ottica Salivetto e lì iniziai ad imparare come si tagliavano le lenti, come si molavano e come si facevano le piccole  riparazioni: cerniere, saldature. L'ottico, il signor Aldo, era una persona che in vita sua aveva fatto tutto da solo e cercava di spiegarmi che con quel lavoro, quando fossi stato più grande, avrei preso il diploma di ottico, avrei aperto un negozio e mi sarei reso indipendente. Io ascoltavo ma dentro di me volevo andarmene perché mi sembrava un lavoro declassante fare il ragazzo di bottega: volevo fare l'impiegato. L'occasione si presentò alcuni anni più tardi: Michele, un mio amico, mi disse che al Wheelus Field (Base Militare Americana) cercavano personale. Non ci pensai due volte. Poiché  anche i miei genitori ed i miei fratelli mi avevano raggiunto a Tripoli, feci assumere Marcello nel negozio di ottica e andai a lavorare con gli americani. Venni assegnato alla squadra dei topografi anche se di topografia non ne sapevo niente. La mattina il geometra, il signor Arena, responsabile del gruppo, andava a rapporto dal grande capo Mister Bush che ci assegnava la zona di lavoro.

 

Tripoli, 1952 - Reparto topografi al Wheelus Field

 

Io facevo lo strumentista, dovevo leggere il tacheometro, Abdalla, il libico, teneva la stadia che io leggevo, poi c'era l'autista, di cui non ricordo il nome, il quale guidava il camioncino che avevamo a disposizione per gli spostamenti. 

Un  giorno  Michele  mi  disse:  «Stai  allegro,  ogni  tanto  facciamo festa». 

«Come si fa?» gli chiesi. 

Lui mi spiegò che la mattina prendevamo il pullman che la Base Militare  metteva  a  disposizione  del  personale  civile  e  andavamo verso una località chiamata la Mellaha. La Crow Steers Shepard, una ditta edile americana, stava costruendo la pista di atterraggio 

dei Jet proprio sul circuito automobilistico, dove sino al 1940 si era disputato il Gran Premio della Lotteria di Tripoli. Michele mi spiegò ancora: «Vedi, ognuno di noi ha un numero, quando arriviamo stacchiamo il numero e lo gettiamo dentro a quegli elmetti militari che sono poggiati per terra. Quando vedono il numero, per gli americani vuol dire che siamo presenti al lavoro. Ora ci sono due amici che una volta alla settimana staccano i nostri numeri così risultiamo presenti e facciamo festa, la settimana dopo noi rendiamo loro il  favore». 

La cosa andò molto bene per circa un mese, poi gli americani cominciarono a capire che qualcosa non andava e così cambiarono il sistema e dovemmo smettere di fare i furbi. Intanto avevo conosciuto Marina che fu la mia prima cotta: mi piaceva moltissimo ma come al solito ero timido. Ci vedevamo spesso alla piccola Capri, uno stabilimento balneare lontano qualche chilometro  da Tripoli. Andavamo  a  nuoto  alla  zattera  posta  davanti allo stabilimento e sott'acqua ci baciavamo: avevo diciotto anni e quelli furono i miei primi approcci. Oggi la cosa per un giovane può sembrare ridicola ma all'epoca era già molto baciare una ragazza. Intanto nel tempo libero avevo intrapreso l'attività natatoria. Partecipai  a  qualche  gara  sui  200  metri  stile  libero,  poi  feci  una traversata del porto di 2800 metri. 

Quell'anno vinse Modugno, io arrivai 23°. Essendo miope e non vedendo bene, sulle distanze lunghe non riuscivo a tenere la direzione. Passai quindi ad un altro sport, provai la pallacanestro. Anche se fisicamente non ero molto alto avevo una buona elevazione. 

Tripoli, 1951 - Una formazione del basket FIAT

Spesso stavo in panchina perché alcuni ragazzi giocavano meglio di me. Con altri amici formammo il M.A.I.G.I. (Maltesi, Isreliani, Arabi, Greci, e Italiani) squadra multirazziale. Dopo formammo la  Briscola e partecipavamo ad incontri amatoriali. In seguito ci spon-sorizzò la Filiale della Shell e con questa squadra iniziammo un vero campionato. Dopo un anno passammo al Circolo Fiat (a Tripoli c'era una concessionaria Fiat con il nome di Libya Motor) così riuscimmo ad avere una migliore sponsorizzazione. Poi formammo  il gruppo Bellono, Guastella, Coco, Rigano, Murad Kogia, Samsonakis, Nesmeian, Giorgio, Elia e Laki Manthos, Fabio e Marcello Chiodi che dopo due anni si sciolse. Mio fratello Marcello andò a giocare con il Circolo Italia “A” con il quale vinse un campionato ed io con il Circolo Italia “B”.

Con Eugenio Bellono e Umberto Guastella siamo carissimi amici da una vita; con Umberto ho frequentato i corsi serali e preso la licenza  commerciale;  attualmente,  malgrado  siano  passati  più  di cinquant'anni,  spesso  ci  sentiamo  per  ricordare  con  nostalgia  i vecchi tempi. Un giorno organizzammo una partita di calcio tra la squadra di pallacanestro della Fiat e i giornalisti tripolini. Arbitrava Antonio Spanalatte. La partita era amatoriale ma anche da ridere, infatti durante la partita l'arbitro doveva fare un bisogno e si allontanò voltando le spalle al campo. Durante questa operazione qualcuno gridò: «Rigore!!». Senza scomporsi, sempre girato, l'arbitro fischiò il rigore contro la nostra squadra. Mio fratello Marcello partì in quarta per andare a prendere a pugni Antonio. La cosa ci faceva ridere perchè Marcello fisicamente era la metà di Antonio. Per calmarlo ci volle del tempo, forse mio fratello era l'unico che avesse preso sul serio quella partita.

Arrivò l'anno 1952 e a Tripoli arrivarono la Vespa e la Lambretta, nacquero  così  il Vespa  Club  ed  il  Lambretta  Club.  Iniziarono  le prima sfide di velocità ed iniziarono anche i primi incidenti fortunatamente non gravi. Un giorno il mio amico Bellono mi disse: «Qui 

dobbiamo  fare  qualcosa  altrimenti  qualcuno  si  ammazza.  Se  noi formiamo lo Scooter Club possono aderire al Club sia Vespisti che Lambrettisti così cesseranno le rivalità». Si formò l'associazione: Bellono fu scelto come Presidente ed io come Segretario. Al nuovo  Club aderirono molti scooteristi e le cose migliorarono. Iniziarono le gare di regolarità, le gare di lentezza, le gimkane, tutte con premi che venivano offerti dai negozianti tripolini. Alcuni partecipanti furono Vasconi, Finocchiaro, Sbona, Farinelli, Gava, Consoli, Grassi, 

Cavallari, Marcello Chiodi, Manthos, Drago, Bertuzzi, Piva, Haddad, Bellono, Fumagalli, Arcangeli, Meli e molti altri di cui non ricordo il nome. Insieme facevamo le riunioni dello Scooter Club la sera nel cortile di fronte la casa di mio padre, le scorrazzate alla Dahra  o  sul  Corso  con  tappa  alla  latteria  Girus  o  alla  Triestina, spesso organizzavamo delle cene a base di cuscus preso al ristorante Tureia, di arancini di riso e di burich, una specie di calzone con ripieno  di  patate,  prezzemolo  ed  aglio  oppure  di  uova.  Eravamo giovani e ci divertivamo tanto. 

Mio fratello Marcello, di carattere diverso dal mio, fissato per il gioco, roulette, carte, corse di cavalli, ai tempi dello Scooter Club era fidanzato con Adriana. In seguito ad una litigata si lasciarono e i genitori di lei, per farle dimenticare l'ex fidanzato, la mandarono da alcuni parenti a Tunisi distante 850 km da Tripoli. Dopo circa un mese Marcello decise di andare a far pace e nell'occasione tentò anche di battere il record di tempo in scooter Tripoli-Tunisi. All'epoca in Tunisia erano iniziate le lotte per l'indipendenza dalla Francia ed agivano i Fellah, quindi l'impresa era pericolosissima. Malgrado il parere negativo di mio padre, partì con la sua lambretta 125, stabilì il record e fece pace con la fidanzata.

Intanto  avevo  fatto  amicizia  con  Mohammed  Mabruk,  un  giovane libico. Parlava benissimo l'italiano perché aveva studiato in scuole italiane, era di buona famiglia: la madre apparteneva alla famiglia Caramanli,  vecchia  famiglia  libica  di  una  certa  importanza.  Era titolare di un piccolo negozio di profumeria in Sciara 24 Dicembre. Spesso con altri amici andavo a trovarlo anche perché avendo delle possibilità economiche superiori alle nostre da lui si poteva fumare sigarette molto buone e costose. Ricordo che quando erava- mo tra noi fumavano le Gefara, sigarette locali dal tabacco molto forte che non costavano molto. Io accendevo la sigaretta, a metà la fumava Eugenio Castagna ed alla fine, con uno spillo, Umberto Gerbino fumava la cicca. Invece quando andavamo da Mohammed ci faceva trovare le Navy Cut, le Capstan, Senior Service, Camel, Lucky Strike, Chesterfield. Ogni tanto Mohammed organizzava delle  cuscusate (il cuscus per gli arabi è come per noi la pastasciutta):  a queste mangiate partecipavano tante persone ma ricordo soltanto  Castagna, Gerbino, Ranfagni, De Bono, Taher Burscian, Azzurrini.

Tripoli, 1948 - Una cuscusata con gli amici tripolini

Un giorno mi presentarono Miriam, una ragazza molto bella, forse in quel periodo una tra le più belle ragazze italiane a Tripoli. 

Tripoli 1951 - Ai giardinetti con due amiche

Miriam era molto corteggiata ed essere riuscito a fare la sua conoscenza per me era una cosa eccezionale. Penso di essermi innamorato subito di lei. Facevamo passeggiate ai giardinetti, andavamo in barca al porto, frequentavamo il thè danzante al Circolo Italia, ogni occasione era buona per stare con lei. Spesso veniva con noi anche  la  sua  amica  Maria  Luisa,  a  me  però  interessava  Miriam. 

Questa amicizia andò avanti per diversi mesi ma per colpa della mia stupida timidezza, quando eravamo soli non avevo il coraggio di rivelarle i miei sentimenti. Un giorno la vidi sottobraccio al mio amico Uccio che era più grande di me e questo mi fece rimanere molto male. Per diverso tempo non mangiai più, non volevo vedere gli amici, poi piano piano superai la delusione e mi venne in aiuto una mia amica sposata. La frequentavo da diverso tempo e spesso  andavo da lei per confidarle le mie pene. Lei mi consolava a parole e cercava di sbloccarmi dalla mia timidezza. Poi un bel giorno le cose ci sfuggirono di mano e finimmo a letto. A quel punto non capii più niente, mi ero innamorato della mia amica sposata e iniziò un periodo d'incontri segreti: quando il marito usciva per andare a lavorare andavo a trovarla a casa, oppure lei veniva a trovarmi sul posto di lavoro e dentro un deposito abbandonato amoreggiavamo. 

La  cosa  andò  avanti  per  circa  una  anno  poi  dovetti  accettare  un lavoro fuori Tripoli e la cosa finì. A questo proposito voglio raccontare un fatto a cui non sono mai riuscito a dare una spiegazione. Ero rientrato in Italia ed un giorno sentii il desiderio di rintracciarla e dato che eravamo sotto lo feste di Natale, pensai che quella poteva essere una buona occasione per chiamarla. Abitava a Roma, riuscii a  trovare  il  suo  numero  telefonico  e  la  chiamai.  Mi  chiedevo  se dopo venti anni si ricordasse ancora di me. 

Al telefono rispose lei: «Pronto chi parla?» 

«Pronto signora come sta?» 

«Scusi ma chi parla?» riprese lei.

«Non le posso dire il nome, deve indovinare», cercavo di scherzare. 

«Guardi non mi sento molto bene, se non mi dice chi è riattacco»  rispose lei. 

«Un attimo per favore. Deve andare con il pensiero a molti anni fa, è stata una grande passione». 

Rimase un po' in silenzio, poi disse: «Sei Fabio?» 

Quando risposi che ero io lei iniziò a piangere. Io pensai che dopo venti anni fosse ancora innamorata di me. 

Lei mi chiese ancora: «Come mai mi hai telefonato?» 

Ed io replicai: «Ho sentito il bisogno di chiamarti per farti gli auguri». 

Lei insistette affinché la richiamassi molto presto, mentre continuava a piangere. Ero rimasto un po' scosso e mi chiedevo perché piangesse così tanto. Passarono alcuni giorni, poi una sera mi telefonò l'avevano  dimessa  dall'ospedale,  non  c'era  più  niente  da fare». Allora capii perché continuava a piangere quando l'avevo chiamata: non era ancora innamorata di me, ma sapeva che se ne sarebbe andata via per sempre. Non sono mai riuscito a capire perché dopo venti anni ho sentito il bisogno di chiamarla prima che morisse. 

Fabio Chiodi

 Fine prima parte

* Pubblicazione autorizzata da Taggete Edizioni