LA STANZA di Francesco Caronia
  


Francesco Caronia
   

LA MIA LIBIA

Piazza Ammiraglio UMBERTO CAGNI

La Bengasi che ho conosciuto, senza averla mai vista

            di Francesco Caronia


   

Il luogo di nascita è uno dei dati identificativi di una persona, ne rivela le origini, la lingua e il dialetto, le abitudini alimentari, pregi, difetti e altro ancora.

Quando ho iniziato a frequentare le scuole elementari, in tanti hanno scoperto che ero nato a Bengasi, in Libia e abbinando il cognome, di chiara origine siciliana, intuivano che i miei genitori erano emigrati in Africa per lavoro e lì avevano messo al mondo dei figli. La sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, di cui ai tempi delle mie elementari si conservava un vivo e tragico ricordo, ha avuto come conseguenza l’abbandono delle colonie e l’immediato rimpatrio di tutte le famiglie che erano emigrate in cerca di fortuna.

Così il mio luogo di nascita richiamava alla memoria una triste pagina di storia e i più istruiti mi parlavano di quarta sponda, colonialismo, Italo Balbo e tanti altri argomenti dei quali sapevo ben poco.

Un giorno la maestra mi fece ripetere i numeri arabi da uno a dieci ed erano le sole parole arabe che conoscevo perché mia mamma aveva insistito tanto perché io le imparassi. Ora, naturalmente, li ho dimenticati.

I numeri arabi

Nel corso degli anni, di tanto in tanto, i miei parlavano della loro esperienza vissuta in terra d’Africa, con nostalgia, come di un’opportunità della loro vita, sfumata a causa della guerra. Ricordavano la loro casa, che hanno dovuto abbandonare in tutta fretta, il lavoro che non mancava ed era ben remunerato, la convivenza pacifica con gli arabi e le bellezze della città di Bengasi dove mia mamma si recava quasi tutti i giorni, con la tranvia a cavallo, per fare la spesa.

Infine la drammatica esperienza vissuta nei ricoveri antiaerei, soprattutto durante il mese di occupazione inglese della città e l’avventuroso rientro in Italia, con un aereo militare, quando ormai era persa ogni speranza di poter rimanere.

Io ero il più curioso dei miei fratelli e spesso andavo a rovistare fra le poche cose che i miei genitori avevano potuto portare in Italia, custoditi in una cassetta di legno. C’erano lettere, complete di buste affrancate con francobolli strani, documenti vari fra i quali l’atto di acquisto di un terreno a El-Berka, fotografie e una macchina fotografica, marca Ferrania con obiettivo fisso, a forma di un cubo perfetto.

La zona della città di Bengasi più citata dai miei era piazza Cagni, ricca di negozi di tutti i generi, dove c’era anche un laboratorio fotografico e, nei pressi, il mercato del pesce. Questa “Piazza Cagni” mi era rimasta sempre impressa nella memoria.

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Bengasi -  Due vedute di Piazza Umberto Cagni

Quando mi sono trasferito a Torino ho notato che il nome della città di Bengasi, cui è dedicata una grande piazza, veniva da tutti pronunciato “Béngasi” mentre dai miei avevo sempre sentito dire ”Bengàsi”. Avevano ragione i miei ma per i Torinesi quel nome rimarrà sdrucciolo per sempre.      

Nel mese di agosto del 2011 il quotidiano “La Stampa” riportava la notizia che il fotografo inglese Tim Hethergton, inviato in Libia durante la recente guerra civile, e Peter Bouckaert, capo di un’organizzazione umanitaria internazionale, si trovavano a Bengasi dopo la liberazione della città ad opera dei ribelli e avevano avuto la possibilità di consultare alcuni documenti riservati, custoditi presso gli uffici della municipalità cittadina.

Tim Hethergton e Peter Bouckaert

La maggior parte del materiale riguardava la documentazione delle atrocità commesse dal regime di Gheddafi nei confronti degli oppositori, con foto e filmati di migliaia di arresti e spietate esecuzioni.

Fra gli altri documenti veniva rinvenuto un fascicolo relativo a fatti accaduti nel 1941, durante il periodo di occupazione italiana della Libia. Forse la scrittura in italiano ha richiamato la loro attenzione.

Detto fascicolo conteneva una segnalazione dell’Ufficio Speciale della Polizia di Bengasi alla Regia Prefettura e al Tribunale Speciale in cui i fratelli Nikiforakis, di origine greca (cittadini di una nazione amica dell’Inghilterra), venivano sospettati di tradimento.

I fratelli Nicola, Leonida e Stati Nikiforakis, fotografi, gestivano un negozio in piazza Ammiraglio Umberto Cagni, la piazza principale della città di Bengasi e gli affari andavano abbastanza bene anche perché da poco era stato introdotto l’obbligo della carta d’identità, con fotografia, per tutti i cittadini del Regno.

L’aver letto “Piazza Cagni” ha richiamato alla mia memoria i ricordi d’infanzia e con molta attenzione e tanta curiosità ho continuato la lettura dell’articolo, scritto dalla giornalista Lucia Annunziata, che aveva consultato i documenti di quel fascicolo, pervenuti alla redazione del giornale La Stampa. Le accuse di tradimento nei confronti dei Nikiforakis non erano tuttavia suffragate da sufficienti elementi di prova per cui gli inquirenti italiani non procedevano all’arresto ma continuavano a tenerli sotto controllo.

Intanto gli eventi bellici precipitavano e gli Inglesi, superando le linee difensive delle forze militari italiane, occupavano la città di Bengasi e ne mantenevano il controllo per 56 giorni, dal 6/2/1941 al 3/4/1941.Durante questo periodo di occupazione, il negozio dei fratelli greci era assiduamente frequentato da militari inglesi, per farsi le foto da inserire sulla carta d’identità. Il Comando inglese aveva infatti concesso ai Nikiforakis l’esclusiva per i servizi fotografici alle proprie truppe, alimentando così i sospetti di collaborazionismo.

Dopo 56 giorni, i soldati inglesi, per motivi strategici, si ritiravano verso l’Egitto, liberando così la città di Bengasi e l’intera Cirenaica. Nel fascicolo a carico dei fratelli greci risultava che il 4/9/1941 erano stati arrestati in via El Aghib n. 30 e in un altro documento, datato 23 settembre 1941, il capitano dei Carabinieri Giovanni Agrigento, ne proponeva l’internamento in un campo di concentramento. Nicola, Leonida e Stati Nikoforais venivano rinchiusi nel campo di concentramento italiano di Soluch, lo stesso campo in cui, nel 1931, era stato internato e successivamente impiccato Omar el Mukhar, capo degli oppositori libici.

Non si conosce che fine abbiano fatto i fratelli Nikoforais ma sappiamo che la foto portata sul petto da Muammar Gheddafi, durante la sua visita in Italia nel 2010, era proprio quella dell’eroe nazionale libico Omar el Mukhar. Muammar Gheddafi, salito al potere in Libia nel 1969, dopo aver destituito Re Idris Al Senussi, è stato ucciso dai ribelli libici il 20 ottobre 2011, a Sirte, sua città natale.

 

Omar El Muktar e Muammar Gheddafi

In questo quadro di avvenimenti storici, spesso drammatici, s’inseriscono e s’intersecano le vicende umane di diverse migliaia di cittadini italiani, soprattutto meridionali e veneti, emigrati in Libia in cerca di lavoro e di fortuna.

 

 

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Mio padre, Salvatore e mia madre,  Maria Stella,  nel 1937


Le loro testimonianze e la memoria di quanti hanno ereditato i loro racconti costituiscono un patrimonio di verità storica e di valori che non devono essere dispersi.

I documenti che seguono riguardano un cittadino italiano, uno dei tanti, che ha vissuto a Bengasi la drammatica esperienza della guerra e, dopo aver sperato invano nella vittoria, ha dovuto abbandonare la propria casa, ogni avere e affrontare tanti pericoli per riuscire a raggiungere con la propria famiglia il paese d’origine, a qualche migliaio di chilometri di distanza, in piena seconda guerra mondiale.                                                                                

E’ mio padre, Salvatore Caronia, nato a Paceco (provincia di Trapani), nel 1906, sposato con Tartamella Maria Stella, classe 1911, lo stesso anno in cui il governo presieduto da Giovanni Giolitti aveva dichiarato la guerra contro la Turchia, per la conquista della Tripolitania e della Cirenaica.

Una copia della Domenica del Corriere dell'epoca e Giovanni Giolitti 

Il 5 ottobre 1911 era avvenuto il primo sbarco a Tripoli di un contingente militare italiano, con una nave scuola comandata dall’allora capitano di vascello Umberto Cagni.

Ammiraglio Umberto Cagni

Come risulta dal timbro riportato sul "lasciapassare" per le Colonie, il 10 gennaio 1938 mio padre, Salvatore, era sbarcato a Bengasi e dopo qualche giorno aveva trovato lavoro presso un’impresa di costruzioni italiana, impegnata nella realizzazione di case coloniche sulla fascia costiera della Cirenaica.

A distanza di un mese, il tempo necessario per sistemare casa, veniva raggiunto dalla moglie, anche lei imbarcatasi dal porto di Siracusa e iniziavano così una nuova vita, piena di speranze, in terra d’Africa.

Abitavano a circa quattro km da Bengasi, in frazione El-Berka, in via Ben Schetuan n. 86.

Una via del sobborgo di Bengasi,  El-Berka

 

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          Lasciapassare per le colonie     

El-Berka era ben collegata alla città per mezzo di una tranvia a cavallo che percorreva via Vittorio Veneto, via Stazione, passando davanti alla Caserma Moccagatta e alla Caserma degli allievi Zaptiè, i famosi carabinieri libici.

La Caserma Mocagatta e la Stazione dei treni di Bengasi


Un carabiniere libico, Zaptiè

La tranvia a cavallo impiegava circa mezz’ora per coprire l’intero tragitto e quasi tutti prendevano quel mezzo per raggiungere Piazza Cagni, nelle cui vicinanze erano ubicati diversi negozi di vario genere.


Tranvia a cavallo

Altro mezzo di locomozione era la bicicletta, in genere usata da mio padre per recarsi in cantiere al mattino e ritornare a casa la sera o per raggiungere Bengasi, quando era necessario. Pochissime erano le auto private in circolazione.

Bici ed auto dell'epoca

Il lavoro non mancava e si guadagnava bene: con la qualifica di muratore di prima categoria il contratto prevedeva, per la zona di Bengasi, una retribuzione oraria di lire 3 e 95 centesimi, ovviamente in regola con le assicurazioni sociali.

Gli Arabi svolgevano lavori di manovalanza (in genere lavori che non comportavano particolari sforzi fisici) e la convivenza con gli Italiani poteva ritenersi, in linea di massima, pacifica.

A Bengasi mio padre aveva ritrovato i genitori, le sorelle Antonietta, Giuseppa e Caterina e tanti altri parenti, emigrati alcuni mesi prima; lavoravano quasi tutti e vivevano sereni, in quel mondo nuovo, aiutandosi l’un l’altro.

Intanto era stato introdotto l’obbligo per i cittadini del Regno della carta d’identità con fototessera per cui Salvatore si recava con la moglie a piazza Cagni, presso lo studio fotografico dei fratelli Nikiforakis.

Il 20 gennaio 1939 (XVII dell’era fascista) il Comune di Bengasi rilasciava la nuova carta d’identità.

 

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Carta d’identità rilasciata il 20/1/1939

 

Il 10 giugno, sempre del 1939, Salvatore apriva un conto di Deposito a piccolo Risparmio, presso la Cassa di Risparmio  della  Libia ed effettuava il versamento di una modesta somma: sessanta lire. Questa è rimasta la prima e l’ultima operazione registrata sul libretto.

 

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Libretto Cassa di Risparmio della Libia – giugno 1939

                           

Assieme al libretto, la Banca gli consegnava una cassettina salvadanaio in metallo, dotata di chiusura (la chiave la custodiva la banca) e di una feritoia per introdurre le monete o banconote di piccolo taglio. Quando la cassettina era piena occorreva riportarla in banca per lo svuotamento e l’accredito della somma risparmiata sul libretto di deposito.

Il 28 ottobre 1939 nasceva la primogenita Giuseppa, mia sorella e fu festa grande quella domenica 3 dicembre 1939 quando fu celebrato il suo battesimo, presso la Chiesa parrocchiale del SS. Rosario di El-Berka.

 

 

Anno 1939 - Giuseppa Caronia  e la Chiesa  parrocchiale di S.S. Rosario di El-Berka

 

Per la sua tenera età, Giuseppa non verrà inclusa fra i dodicimila bambini a cui il regime fascista aveva regalato una vacanza di un mese da trascorrere in Italia, per vedere la Madre Patria.

I bambini erano partiti da Tripoli il 6 giugno del 1940 e dopo pochi giorni, esattamente il 10 giugno, Mussolini dichiarava guerra alla Francia e all’Inghilterra e si schierava a fianco della Germania.

Lontani dai loro genitori, quei 12.000 bambini, invece di un mese, rimasero in Italia fino alla fine della guerra e non tutti riuscirono, nel 1946-47, a ricongiungersi con i propri genitori.

 

Il 28 giugno del 1940 il Governatore della Libia Italo Balbo era stato abbattuto col suo aereo mentre sorvolava la rada antistante la città di Tobruk, a circa 400 km ad est di Bengasi, perdendo la vita nell’incidente.

L'incrociatore italiano San Giorgio ed il Governatore  della Libia, Italo Balbo

Si disse dopo che a colpire l’aereo di Balbo fosse stata, per errore, la contraerea dell’incrociatore italiano San Giorgio che pattugliava il tratto di mare tra le città di Derna e Tobruk.

Nonostante la dichiarazione di guerra, la popolazione civile non avvertiva ancora eccessivi disagi e Salvatore, il 29 novembre 1940, apriva un conto corrente cointestato con la moglie, presso l’Ufficio Postale di El-Berka, sicuramente più comodo da raggiungere perché a poca distanza da casa, sul quale effettuava un primo versamento di lire 1.000.

 

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             Libretto Postale - Novembre 1940

 

Contrariamente alle aspettative, col nuovo anno (1941) si avvertiva un peggioramento della situazione e, a causa della guerra, aumentavano le difficoltà per il lavoro e per procurarsi i generi alimentari di prima necessità.

Durante l’occupazione inglese della città di Bengasi la popolazione civile passava sotto il controllo del comando militare inglese ed era costretta a vivere rinchiusa nelle proprie case o nei ricoveri, affrontando sempre maggiori difficoltà per rifornirsi degli alimenti strettamente necessari alla sopravvivenza. Soltanto i più anziani, quando era possibile, uscivano allo scoperto per procurare del latte per i bambini, pane o altri generi che si potevano comprare nei pochi negozi rimasti aperti.

Col ritiro degli Inglesi verso l’Egitto, la città di Bengasi e l’intera Cirenaica ritornavano sotto il controllo del Comando militare italiano. Il successivo intervento tedesco in Africa, con reparti meccanizzati comandati dal generale Rommel, diffondeva una ventata di ottimismo sui futuri sviluppi della guerra in corso.

 

Il capo del governo italiano, cav. Benito Mussolini, molto fiducioso sulla possibile vittoria finale della guerra, decideva di recarsi in Cirenaica il 29 giugno del 1941, per tenersi pronto ad entrare vittorioso a Il Cairo, in Egitto, col suo cavallo bianco. Mussolini attendeva invano una ventina di giorni durante i quali i suoi sogni, invece di realizzarsi, svanivano sempre più e così fu costretto, il 19 luglio, a ritornarsene repentinamente in Patria.

Benito Mussolini sul suo cavallo bianco

 

Intanto riprendevano i bombardamenti su Bengasi e Salvatore si rendeva conto della necessità di costruire un rifugio antiaereo dove poter ricoverare, soprattutto durante le ore notturne, i propri familiari. Mia madre, frattanto, aspettava il secondo figlio per la fine dell’anno.

 

Nel giro di poche settimane di duro lavoro, il rifugio veniva realizzato non molto distante dall’abitazione, ad una profondità di circa otto metri ed era  composto da una rampa d’accesso e  un corridoio sulle cui pareti erano stati scavati quattro vani. Tutte le notti si dormiva nel rifugio che era utilizzato anche di giorno, quando il suono della sirena d’allarme preannunciava un bombardamento aereo.

Bisognava anche tenere i documenti in ordine, nel caso di una improvvisa evacuazione della città e così mia mamma richiedeva la nuova carta d’identità ed il Lasciapassare per le colonie, documento sostitutivo del Passaporto, rilasciati rispettivamente il 12 e il 13 agosto 1941.

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Lasciapassare per le colonie -  Agosto 1941

 

 

Il 12 dicembre 1941 nascevo io, Francesco, dentro quel rifugio, a otto metri sotto terra. Fui battezzato due giorni dopo, il 14 dicembre, nella chiesa del SS. Rosario di Berca, e a questo punto non vi erano più ostacoli che impedivano di programmare la partenza dalla Cirenaica e quindi il rientro in Italia.

La Prefettura di Bengasi, essendo stato distrutto dai bombardamenti l’aeroporto Benina, aveva organizzato dei convogli di automezzi militari per trasferire tutti gli sfollati a Tripoli, distante circa 1200 km.

Donne e bambini avevano la precedenza, poi gli anziani e quindi tutti gli altri. Per tutti valeva la raccomandazione di portarsi dietro un solo bagaglio a mano.

Mia mamma, accompagnata dalla cognata Caterina e con mia sorella ed io, nato da pochi giorni, partivano con un autobus per Tripoli.

Anche i miei anziani nonni erano partiti nello stesso periodo, ma con altri mezzi di fortuna.

Il 15 dicembre mio padre, Salvatore, si recava presso l’ufficio postale di El-Berka prelevava 1800 lire e ne lasciava soltanto 200 sul libretto, chissà, con la speranza, forse, di poter ritornare un giorno. Non chiudeva neanche il conto alla Cassa di Risparmio della Libia dove erano rimasti le 60 lire iniziali.

Il giorno dopo, caricata sulla bici una borsa contenente il minimo necessario, abbandonava la casa di El-Berka e andava a Bengasi dove, in piazza Cagni, era prevista la partenza dell’autocolonna per Tripoli.

Trovava posto su un camion militare e iniziava anche lui il viaggio percorrendo tutta la via Balbia alla volta di Tripoli, per ricongiungersi con moglie e figli.

Il viaggio non poteva che essere molto avventuroso, si viaggiava quasi sempre di notte, a fari spenti e lungo il percorso solo raramente si incontrava un centro abitato o un punto di ristoro.

L’automezzo sul quale viaggiavano i miei nonni, giunto nei pressi di Misurata, fu bombardato da un aereo inglese. Mia nonna riportò delle ferite ad una gamba e venne ricoverata in un ospedale da campo, assistita dal marito.

 

 

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Sullo sfondo la città di Misurata

 

Salvatore arrivava a Tripoli fra Natale e Capodanno e ritrovava moglie e figli, su indicazioni della Prefettura, presso una scuola che ospitava tutti gli sfollati provenienti da Bengasi.

Alle prime ore del mattino del 6 gennaio 1942, gli sfollati, fra cui Salvatore e famiglia, si trasferivano con automezzi militari all’aeroporto Castel Benito di Tripoli per essere rimpatriati in Italia utilizzando gli aerei militari.

Il primo aereo decollava con una dozzina di sfollati a bordo ma dopo pochi minuti esplodeva in volo, diffondendo il panico fra tutti coloro che si trovavano in attesa in aeroporto.

Ma non c’erano alternative, bisognava proseguire nelle operazioni di rimpatrio dei civili con i velivoli disponibili, anche se carenti di manutenzione e non perfettamente in efficienza.

Il gruppo comprendente Salvatore con i suoi familiari e gli altri compagni di sventura, nello stato d’animo che si può soltanto immaginare, si imbarcava su un bombardiere tedesco alla volta dell’Italia, con destinazione l’aeroporto militare di Martina Franca, in Puglia.

Durante il volo, per motivi di sicurezza e forse anche per mancanza di carburante, il pilota cambiava la rotta e decideva di atterrare all’aeroporto militare di Milo, in provincia di Trapani.


Foto del 1937 - Aeroporto di Milo

 

Nel giro di circa tre ore Salvatore, dopo aver abbandonato l’inferno libico, si ritrovava sano e salvo, con l’intera famiglia, a solo qualche km dal paese natio, dal quale era partito quattro anni prima.

 

Bisognava ricominciare daccapo ma, considerato tutto, era andata bene così.

 

Mio padre Salvatore era Presidente dell'Associazione Nazionale Profughi d'Africa -  Sezione di Paceco (oltre 100 iscritti)



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 Appendice

 

Con lo sbarco degli Americani nel 1943, in Sicilia cessa l’incubo della guerra che continua ancora per un paio d’anni nel resto d’Italia.

 

La famiglia di Salvatore cresce ancora, dopo mia sorella ed io, nascono i miei fratelli Gino, Nino, Silvio e Nuccia.

 

 

Fratelli Nikiforakis

 

A proposito dei fratelli Nikiforakis devo aggiungere alcuni particolari di cui solo recentemente sono venuto a conoscenza, grazie alla collaborazione dell’arch. Angelo Nicosia, 

L'architetto Angelo Nicosia , autore del libro LA MIA BENGASI

(vedi http://www.ernandes.net/nicosia/bengasi.htm)

bengasino orgoglioso e del suo amico ing. Francesco Prestopino, anch’egli bengasino, memoria storica della presenza italiana in Libia. Sia Nicosia che Prestopino, quando hanno lasciato Bengasi a causa della guerra, nel 1941, avevano circa 14 anni e quindi testimoni viventi di quel periodo.

 
Da me contattato su internet, l’ing. Prestopino mi ha scritto: “Ho conosciuto personalmente i fratelli Nikiforakis Nicola, Lula e Taki. Tutti e tre lavoravano nello studio fotografico di mio nonno, il Cav. Gaetano Nascia. Lo studio era situato all’inizio di via Torino. Mio nonno lasciò Bengasi dopo la seconda occupazione inglese. So che dopo la sua definitiva partenza da Bengasi, i Nikiforakis proseguirono l’attività fotografica in proprio. Potrebbe essere con sede in piazza Cagni. 
Ha aggiunto di aver scritto e pubblicato un libro dal titolo
Una città e il suo fotografo. La Bengasi coloniale 1912-1941.”

L'ing. Francesco Prestopino ed il suo libro . "Una città ed il suo fotografo"

 
In questo libro l’ing. Prestopino parla del suo ritorno a Bengasi per motivi di lavoro, negli anni 70 (lavorava per una compagnia petrolifera) e descrive i suoi ricordi personali della Bengasi coloniale e la riscoperta della Libia indipendente di Gheddafi. A pag. 28 scrive: “A Bengasi  
mi sembrava di respirare un’atmosfera diversa. Vi ritrovai innanzi tutto vecchi conoscenti di mio nonno, come i greci Nikiforakis, due dei quali (Nicola e sua sorella Lula) erano stati impiegati nel suo studio fotografico e dove Nicola aveva imparato il mestiere che ora esercitava in proprio. Mentre il fratello Taki, meglio conosciuto dai bengasini come "il gobbo", vi esercitava un’attività commerciale.”
Questa testimonianza aggiunge una nota lieta alla vicenda in quanto, se la giornalista Lucia Annunziata aveva lasciato i Nikiforakis nel campo di concentramento di Soluch, concludendo che nessun documento informava come e se ne fossero mai usciti, ora invece sappiamo che gli stessi ritornarono indenni da quel campo ed erano ancora vivi negli anni 70.

Tim Hertherington

Un doveroso ricordo voglio dedicarlo al coraggioso giornalista inglese Tim Hetherington che con Peter Bouckaert, all’inizio del conflitto per la liberazione della Libia di Gheddafi, aveva avuto accesso agli archivi della municipalità di Bengasi, dai quali scaffali era saltato fuori, per un puro caso, il fascicolo riguardante i fratelli Nikiforakis. Tim Hetherington aveva seguito i ribelli impegnanti nel conflitto, durante la marcia di avvicinamento dalla Cirenaica verso la Tripolitania ed è rimasto ucciso nel corso di un bombardamento delle forze di Gheddafi, nei pressi della città di Misurata, il giorno 20 aprile del 2011. Tim Hetherington era nato a Birkenhead, nel Regno Unito, il 5 dicembre 1970.

Nel 2010, Tim aveva avuto una nomination all’Oscar per il suo documentario “Restrepo” sulla guerra in Afganistan.

Tim Hetherington, fotografato pochi giorni prima della sua prematura morte avvenuta a Misurata il 20 Aprie 2011

    

Aerosilurante Savoia Marchetti

Un ultimo tragico episodio, che ho appreso dalla lettura dei giornali, va ricordato per la coincidenza di tempi e di luoghi con la vicenda che ho raccontato. La casa dei miei distava qualche chulimetro dall’aeroporto e tutte le volte che passava in cielo un aereo, mia sorella e la cuginetta, che erano solite giocare nel cortile di casa, correvano subito dentro per avvertire i genitori.

La mattina del 21 Aprile, al Comando della quinta squadra aerosiluranti di stanza all’aeroporto militare di Berka, viene segnalata la presenza di un convoglio nemico, composto da una trentina di piroscafi, in navigazione a sud-ovest dell’isola di Creta. Si decide di attaccare il convoglio con l’impiego di due aerei trimotori aerosiluranti Savoia Marchetti SM 79 e l’operazione viene affidata agli equipaggi comandati dal Capitano pilota di complemento Oscar Cimolini e dal Tenente pilota Guido Robone.

Per primo, alle ore 16,40, decolla il ten. Robone il quale avvista il convoglio nemico dopo un’ora e un quarto di volo, sgancia il suo siluro e affonda un piroscafo da 800 tonnellate. Compiuta la missione, il pilota si dirige verso la base di partenza, atterrando regolarmente   all’aeroporto di Berka alle ore 21,30.

Il secondo trimotore S.79MM, matricola. 23881, decolla alle 17,45, sempre dall’aeroporto di Berka, al comando del Cap. Oscar Cimolini, con l’equipaggio composto da ten. vascello oss. Franco Franchi, il maresciallo pilota Cesare Barro, il serg. magg. marconista Amorino De Luca, 1° aviere motorista Quintilio Bozzelli e il 1° aviere armiere Giovanni Romanini.

Questo aereo non fa più ritorno alla base. Le ricerche effettuate tempestivamente nella zona, non forniscono alcun elemento che possa spiegare quanto accaduto e nessun messaggio radio era stato ricevuto. Fra le varie ipotesi si è pensato ad un eventuale abbattimento perché colpito dalla contraerea nemica e quindi inghiottito dalle acque del Mediterraneo, ma nessuna rivendicazione in tal senso era pervenuta dallo Stato Maggiore inglese.

Sia l’aereo che l’intero equipaggio vengono dati per dispersi.

Il 21 luglio 1960, una squadra di tecnici italiani che effettuavano ricerche petrolifere in una zona desertica della Libia, circa 300 km a sud di Tobruk, in prossimità della pista Gialo-Giarabub, rinviene alcuni resti umani, una bussola, un binocolo, due orologi, una borraccia, una pistola da segnalazione Very, una chiave con una targhetta sulla quale era incisa la sigla S.79 MM. 23881 e un giubbotto nella cui fodera era nascosta una piastrina di riconoscimento con scritto il nome del primo aviere Romanini Giovanni. Indizi importanti che hanno permesso di identificare il soldato italiano facente parte dell’equipaggio dell’aereo scomparso nel 1941.

Ovviamente si sono chiesti come mai il corpo di quel soldato si trovasse in quella zona, a pochissimi km da una pista transitata da carovane, senza che vi fossero tracce di aereo o altri mezzi di locomozione.

La risposta arrivò cinque mesi dopo quando un gruppo di tecnici italiani del Politecnico di Milano, che esploravano una zona desertica a 90 km a sud dal punto di ritrovamento del corpo del soldato, trovò l’aereo Savoia Marchetti SM 23881, parzialmente insabbiato, ma ancora in buono stato.

Accertamenti successivi, da parte dell’Aeronautica Militare Italiana e del Console italiano a Tripoli, hanno consentito di ricostruire la vicenda dell’aereo scomparso nel 1941 e di identificare tutti i membri dell’equipaggio.

L’indagine dell’Aeronautica concluse che il trimotore S.M., tornando dalla missione nelle vicinanze dell’isola di Creta, si sarebbe spostato verso sud-est per evitare Tobruk, che era sotto il controllo degli Inglesi.  A causa poi dei fortissimi venti provenienti da nord-ovest, avrebbe perso la rotta e vagato per circa due ore nel deserto fino a quando, per mancanza di carburante, è stato costretto a tentare l’atterraggio sulla sabbia del deserto.

L’aviere Romanini si sarebbe staccato dal gruppo e avventurato nel deserto per chiedere aiuto, camminando per 90 km, ma sfortunatamente, quando era a poca distanza dalla salvezza, sfinito per la lunga marcia e senza acqua né viveri, muore nel deserto.

Il mistero della scomparsa del trimotore S.M. e del suo equipaggio, dopo vent’anni, è stato quasi completamente chiarito. 

Foto d'epoca -  aerosiluranti Savoia Marchetti

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 Trimotore aerosilurante Savoia Marchetti S79 MM. 23881 rinvenuto nel deserto

 

Rimanga indelebile nella nostra memoria il sacrificio di tante vite umane, militari e civili, vittime delle atrocità della guerra, affinchè sia di monito per l’attuale e le future generazioni.

                                                                                                                

                                                                                                                        carofranco@alice.it   

                                                                                   

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