Maccabi Tripoli: gli albori

Gli ebrei di Libia raccontati attraverso lo sport

di

Ariel Arbib

Non appena il Piroscafo si staccò dalla banchina del Porto di Tripoli, le note della HaTikvà (la Speranza, Inno Nazionale Israeliano), si librarono lente nell’aria, intonate in coro da una folla festosa di più di due mila persone. Erano arrivate sul molo fin dal primo mattino, per salutare gli Atleti della squadra del Maccabi che partivano alla volta di Israele, con un allegro sventolio di bandiere bianco-azzurre con la Stella di David ed il Tricolore italiano…

La speranza di un grande sogno si stava in quel momento realizzando davanti agli occhi lucidi di commozione di un’intera Comunità. Lasciatemi a questo proposito parlare un po’ di mio padre il quale, di quell’episodio fu in buona parte artefice e protagonista.

Roberto Arbib, classe 1902, nato a Tripoli, città nella quale si impegnò ardentemente fin dagli anni della sua adolescenza e poi in quelli della sua maturità, a realizzare un suo grande sogno, quello di creare e dar vita ad un Circolo sportivo ebraico. Correva l’anno 1920 quando, durante le vacanze estive, fantasticando di nuove iniziative per se e per i giovani  della sua Comunità, prospettò  ad alcuni ex compagni di scuola l’idea di fondare assieme un Circolo ricreativo stabile, dove potersi riunire, praticare sport e promuovere attività sociali e culturali. L’entusiasmo di quel primo piccolo gruppo di 5 ragazzi era orgogliosamente alimentato da un’idea assolutamente innovativa per una Comunità antica come quella tripolina, provata per secoli da una dominazione sterile e distratta, come era stata quella ottomana fino alla fine della Guerra Italo-Turca del 1911. Un entusiasmo che veniva ulteriormente alimentato dai venti di rinnovamento sociale e culturale che il nuovo Governo Italiano aveva portato con se in Libia e che, di lì a poco vide l’adesione di altri  15 giovani che andarono così a formare il nucleo di quello che stava per diventare a tutti gli effetti il primo Circolo Sportivo-Culturale ebraico dell’Africa Settentrionale.

A questa prima compagine fu dato il nome di Benei Sion, mentre contestualmente si preparava un adeguato Statuto, che  immediatamente dopo, venne sottoposto al vaglio e all’approvazione del Consiglio della Comunità Ebraica locale ed a quella dell’Autorità’ Affari Civili ’ del Governo Italiano. Entrambi rilasciarono senza alcun tipo di problema, il loro parere favorevole. Fu quella del 20 Agosto 1920 una data storica per tutti gli Ebrei di Libia. Tale l’ardore e la passione al progetto dei primi Soci del nuovo Sodalizio, che all’inizio dell’anno dopo, gli iscritti erano già più di 60.

Nei locali al primo piano di una vecchia Jeshivà (Scuola talmudica) in disuso, messi a disposizione della Comunità, nacquero le prime iniziative sportive, le prime squadre di calcio, di nuoto e di pallanuoto. Con l’aiuto poi di un Comitato composto da cinque Soci e dai loro genitori, fu creata una Sezione di Filodrammatica  che più tardi si rivelò fondamentale per il sostentamento del Circolo stesso. Le recite che più avanti furono messe in scena, riscossero un tale successo di pubblico da risultare determinanti per il supporto economico e lo sviluppo del Circolo stesso. Questi primi entusiastici successi ebbero l’effetto di convogliare l’interesse e le simpatie di tutta la Comunità ebraica di Tripoli, ma soprattutto stimolarono l’ingresso di nuovi iscritti che, in alcuni casi divennero insostituibili collaboratori del progetto.

Dopo un anno dalla nascita, ebbe luogo la prima Assemblea generale dei Soci ed in quella occasione, papà Roberto fu nominato primo Presidente, conservando comunque l’incarico di Direttore sportivo che già ebbe fin dall’inizio. Lo Sport sempre praticato e amato, aveva portato papà a far parte di squadre di Calcio e Pallanuoto e ad incrociare i guantoni sul ring, raggiungendo anche ottimi risultati personali. Il sempre maggior numero di iscritti, rendevano i locali della vecchia Jeshivà ormai troppo piccoli e inadeguati, per tanto, fu trovata nel centro della città una nuova sede, in una traversa di Suk el Turk, di fianco al teatro Politeama. Questi nuovi spazi assai più ampi dei primi, comprendevano un vasto salone capace di  200 posti a sedere ed un piccolo palcoscenico. Vi trovava posto anche una biblioteca con sala lettura ed un locale bar attiguo ed infine anche una stanza che fungeva da segreteria e da sala riunioni. Insomma, un’adeguata e moderna sede per il nuovo Circolo, che inoltre cambiò per l’occasione il nome, in Maccabei e poi, definitivamente in Maccabi

Le attività del Circolo si susseguivano freneticamente, tra partite di calcio, pallanuoto e gare di atletica oltre che di nuoto nelle sue diverse specialità. Altrettanto fervente era anche l’attività culturale infatti, nel giro di due anni, si progettarono, prepararono e si misero in scena tre spettacoli teatrali in lingua araba : “Ester ed Assuero”, “Giuseppe e i suoi fratelli”,” Giuditta e Oloferne”. Con grandi sacrifici economici e con l’aiuto benevolo di  amici e dei familiari benestanti di alcuni iscritti, si diede freneticamente il via alla organizzazione del primo spettacolo, che comportò la preparazione dei costosissimi costumi e degli allestimenti scenografici, alla cui realizzazione parteciparono mio zio Vittorio, fratello di papà e abilissimo pittore, oltre ad un certo Renato Pizzoli. Finalmente la rappresentazione di Ester ed Assuero vide la luce, con grandissimo successo di pubblico nel Grande Teatro Politeama, la cui proprietà era di un certo sig. Salinas, al quale fu versato il 35% degli incassi.

Varie Autorità furono invitate  quella prima serata, tra le quali il Vice Governatore, comm. Giuseppe Bruni, che seguì con sommo interesse la recita, aiutato dalla traduzione simultanea, dall’arabo all’italiano, di un interprete d’eccezione, Halfalla Nahum, l’allora Presidente della Comunità ebraica di Tripoli. Seguirono a questa altre due repliche, reclamate a grande richiesta dal pubblico e che furono rappresentate sempre il Sabato sera, dopo il tramonto. Incoraggiati dal successo, le altre due opere furono preparate con altrettanto zelo e rappresentate poi nel nuovissimo Teatro Miramare, capace di 1.200 posti, sempre di proprietà del Salinas.

Nel 1926 i Soci iscritti erano già più di 260 e questo anche divenne il motivo della nascita all’interno del Circolo di punti di contrasto e di discussioni, che delinearono di conseguenza due opposte fazioni, che  pur  rispettandosi, avevano visioni diverse sulla gestione e le finalità del Circolo. I Soci fondatori, tra cui  mio padre, sostenevano la necessità di mantenere ferma la linea di condotta iniziale del Sodalizio, mentre l’altra fazione, a cui appartenevano prevalentemente i nuovi iscritti, esigeva  una trasformazione dello Statuto per ammettere il gioco d’azzardo e la progettazione e realizzazione di grandi serate danzanti, programmate  con grande sfarzo e senza alcun risparmio.

Era chiaro il divario che si era creato tra  i due gruppi, l’uno volto verso attività culturali e sportive, l’altro più moderno ed evoluto e tendenzialmente più interessato ad attività più frivole. Si arrivò dunque a convocare un’Assemblea straordinaria dei Soci, che decise di stabilire con un referendum quale linea perseguire, rimandando alle votazioni la decisione. Il risultato diede la vittoria per 145 voti a 100 al gruppo di cui mio padre faceva parte.

Inevitabile fu la scissione e le immediate dimissioni del gruppo perdente, che si ritirò in buon ordine, andando due mesi dopo a fondare un nuovo Circolo che fu denominato G.I.T., acronimo di Gioventù Israelitica Tripolina. Come prevedibile il neonato Sodalizio ebbe carattere più che altro ricreativo e mondano. Venivano saltuariamente allestite recite in lingua italiana a cui spesso partecipavano anche attori non Ebrei e due volte al mese venivano organizzate serate danzanti con più di un’orchestra, eventi che durante le festività di Purim o Hanukà, come pure alla fine di Pesah o Succot, si protraevano fino a notte fonda.

Tutto questo, ovviamente richiedeva un notevole sforzo economico, che veniva in grossa parte fatto ricadere sugli iscritti, con l’aumento inevitabile delle rette e dei servizi, motivo questo per il quale, dopo un po’ di tempo, buona parte dei Soci cominciarono a dimettersi o ad essere radiati per morosità. Le conseguenze di tale situazione  portarono il G.I.T. alla deriva. Fu inevitabile perciò nominare un liquidatore designato nella persona di Nissim Raccah, Consigliere lui stesso del G.I.T., nonché figlio dell’allora Capo Rabbino di Tripoli. Il liquidatore propose al Consiglio del Maccabi per far fronte ai debiti, di rilevare tutti gli arredi ed i nuovissimi locali del G.I.T. ancora più grandi e moderni di quelli del Maccabi. La cosa fu presa in seria considerazione dal Consiglio che votò a favore, in quanto, la seconda sede di Suk el Turk, grazie al continuo aumento degli iscritti, stava diventando sempre più  inadeguata e scomoda.

Fu pagata così una somma che consentì al G.I.T. di sanare tutti o in parte i suoi debiti ed al Maccabi di trasferirsi immediatamente nei locali del nuovo Circolo. Questi nuovi spazi, erano già stati adibiti a Scuola Asili d’infanzia prima dell’arrivo degli Italiani e in un secondo tempo a Tribunale Civile e Penale. Si trattava di vasti ambienti che comprendevano un salone di poco meno di 200 metri, capace di contenere 240 posti a sedere e che veniva precedentemente utilizzato prevalentemente come sala da ballo. C’era anche un profondo palcoscenico, una sala biliardo, una biblioteca più due altre sale tra loro comunicanti e adiacenti ad una camera per le riunioni. I vecchi locali del Maccabi furono invece, per incoraggiamento e fraterna collaborazione, ceduti gratuitamente e con tutti i loro arredi, al novello nascente Circolo Culturale Ben Jeuda. Tutto questo avveniva a Tripoli nell’anno 1926.

Nell’Aprile del 1931, gli atleti del Circolo Maccabi, aveva raggiunto una tale preparazione agonistica da essere temuti dalle altre compagini sportive del paese, tanto che già in quell’anno facevano bella mostra in una vetrina del Circolo, 8 Coppe d’argento,12 Medaglie d’oro, 6 d’argento e 10 di bronzo, oltre  a 36 attestati di benemerenza. Nel Settembre dello stesso anno il Circolo Maccabi di Tripoli venne affiliato all’Organizzazione Internazionale denominata Maccabi World Union, con sedi a Tel Aviv e Londra. E’ questo una  Organismo mondiale, tuttora operante, che si propone  di diffondere lo Sport tra i giovani Ebrei dei vari paesi, organizzando, ogni quattro anni delle vere e proprie Olimpiadi.

Il vento sionista arrivato ormai impetuoso anche in Libia, ispirò a papà in quegli anni la trama di un piccolo lavoro teatrale che scrisse e che intitolò ’Viaggio in Israele’. La trama della commedia era la storia di un immaginario viaggio di giovani atleti Ebrei, che prima di realizzare il grande salto così tanto sognato in Erez Israel, propagandavano l’idea del Sodalizio con quella Terra, attraverso la diffusione del bossolo per la raccolta di fondi del Keren Kaiemet. Una volta ritornati nel loro paese descrivevano la loro felicità e la fraterna ospitalità ricevuta dagli altri correligionari che già abitavano in quella Terra. Tra i tanti attori che parteciparono a tale lavoro vi furono anche , Roberto Nunes-Vais, Vittorio Arbib, Chicco Halfon, Mino Habib, Shalom-Mino Arbib (fratello più giovane di papà) e Tonina Frati.

La cosa strana è che tutto quello che mio  padre aveva immaginato e scritto nel suo racconto, si realizzò come per incanto solo tre anni dopo, con la partecipazione effettiva degli Atleti del Circolo Maccabi di Tripoli ai Giochi Olimpici della  seconda Maccabihà nel 1935 a Tel Aviv. L’anno precedente 1934, arrivò infatti dalla sede centrale di Londra dell’Unione Mondiale Maccabi, l’invito a partecipare  alla seconda Maccabiade, che si sarebbe dovuta inaugurata ad Aprile dell’anno seguente a Tel Aviv, nello Stadio di Ramat Gan.

Mio padre, in qualità di Direttore sportivo, cominciò ad organizzare gli atleti da destinare ai Giochi, facendo una difficile selezione tra i migliori del momento. Furono così pertanto preparate una squadra di calcio, una di pallanuoto, selezionati tre nuotatori per le varie specialità, tre podisti e una Squadra di Ping-Pong, composta dai due finalisti, selezionati durante un Torneo organizzato nella sede del Circolo. Così alla partenza, il 23 Marzo 1935, facevano parte del gruppo 20 Atleti, 30 persone tra accompagnatori e simpatizzanti,  mia madre e mio fratello Lillo, di appena due anni, oltre ai due Consiglieri, Roberto Nunes-Vais, e Alfonso Braha. Atleti e dirigenti  sfoggiavano la loro bianchissima divisa: pantalone lungo e maglietta ed un fazzoletto triangolare di seta azzurra  annodato sul davanti, in testa una bustina, anch’essa azzurra, profilata di bianco. Sul lato sinistro del petto di tutta la squadra, uno scudetto con la Stella di David, simbolo del Maccabi. Il Portabandiera reggeva uno stendardo di seta bianca ricamato con filo d’oro, con su scritto in Ebraico ed in italiano: “Associazione Maccabi-Tripoli" e sulla punta d’argento dell’asta era stato annodato un nastro Tricolore. Dono tutto questo, delle donne della Sezione Femminile del Circolo.

La notizia della partenza degli atleti si diffuse come il vento a Tripoli ed il sincero entusiasmo della Comunità si manifestò al porto, quando vennero a salutarli più di duemila persone. Non appena il piroscafo si staccò dalla banchina, quella festosa e commossa marea di gente, intonò la HaTikvà, l’inno di Israele e poi quello di Mameli, tra lo sventolio di bandiere bianche azzurre con la Stella di Davide ed i Tricolori italiani. Si allontanava  così all’orizzonte portando con se  l’orgoglio di una nuova Gioventù nascente ed i sospiri di una Comunità antichissima, che nel sogno della Terra Promessa aveva conservato gelosamente per secoli, tutte le proprie tradizioni, i canti e le preghiere, tutti così carichi di sapore atavico e sublime misticismo. Quella prima nave che muoveva alla volta di Erez Israel, materializzava  il desiderio di una intera Comunità e diveniva simbolo di una speranza antica che sotto i propri occhi si stava tramutando in una meravigliosa realtà.

Dopo una notte e  due giorni di navigazione, il piroscafo attraccò nel porto di Alessandria d’Egitto. Era la prima sera della festa di Purim ed una delegazione del Circolo Maccabi locale, venne a dare il benvenuto all’intera Compagine, accompagnandola  nella loro Sede in città. Lì era stato allestito un rinfresco in occasione dell’incontro ed al quale parteciparono il Capo Rabbino Rav David Prato ed il Presidente del Maccabi di Alessandria Jack Gohar, intimo amico, tra l’altro, dell’allora Re Fuad. All’indomani, accompagnati alla Stazione ferroviaria, il gruppo ripartì in treno alla volta di Tel Aviv, dove, dopo un interminabile viaggio arrivarono alla Stazione di Jaffa il 26 Marzo.

La cerimonia d’apertura dei giochi fu per tutti una giornata memorabile. Le rappresentanze di 36 Nazioni, sfilarono gagliarde nelle loro divise multicolori, nello Stadio di Tel Aviv, con alla testa i loro alfieri. Il festoso entusiasmo della folla gremita sugli spalti, gli applausi, i canti ebraici, dava a tutti i partecipanti a quella giornata, la sensazione che l’orgoglio ebraico si era definitivamente risvegliato e che una nuova era di benessere e spensieratezza fosse finalmente iniziata. Ora purtroppo sappiamo che la storia non andò così. Gli atleti Libici, non ebbero fortuna nelle gare sportive, che si svolsero, per la parte acquatica, anche a Haifa e, malgrado la loro preparazione atletica li avesse resi  famosi in casa propria, non vinsero alcuna medaglia. Il soggiorno  in Israele durò circa un mese, durante il quale mio padre con mia madre ed il piccolo Lillo, ebbero modo di visitare Gerusalemme e altri luoghi sacri.

Si avvicinava la vigilia di Pesah e più della metà dei partecipanti aveva già fatto ritorno a Tripoli. Papà, rimase e trascorse lì tutti gli otto giorni della festa, anche perché nel frattempo, si era creato un caso diplomatico serio. Tre dei suoi atleti si erano di fatto resi irreperibili, intenzionati a rimanere in quel paese per ricominciare una nuova vita. Ma per disposizione della Autorità mandataria del Governo  britannico, i visti di ingresso per la Palestina erano stati rilasciati con la garanzia e la responsabilità dei Dirigenti accompagnatori e quindi  anche di mio padre, il quale si era impegnato personalmente a riportare tutti i partecipanti  della compagine libica, a Giochi finiti, nel loro paese di provenienza. La latitanza dei tre fuggitivi, durò circa quindici giorni e suo malgrado papà dovette, con amarezza, far intervenire la Polizia inglese, che li rintracciò e li fece rimpatriare d’ufficio. Uno dei tre atleti aveva addirittura lasciato la moglie a Tripoli.

Ancora una volta, attraverso questo piccolo episodio, è facile comprendere quale fosse lo spirito e l’ardore sionista che pervadeva e animava la gioventù ebraica in Libia in quegli anni e quali fossero le motivazioni che poi spinsero, dopo la seconda Guerra Mondiale, e dopo i Pogrom (Moraot) del ’45 e del ‘48, circa 35.000 Ebrei a lasciare la Libia per sempre alla volta di Israele. Nel Marzo del 1937, Tripoli, fu meta della visita di Benito Mussolini, il quale passando in rassegna il quartiere ebraico (Hara) di quella città, si trovò davanti ad una trionfale accoglienza da parte della Comunità israelita. Un cronista dell’epoca, Paolo Manelli, così titolava e scriveva sulla Gazzetta del Popolo il 17 Marzo 1937: ”MOSAICO DI  UNA SOLA GRANDE FAMIGLIA”. Questo il testo: ‘La strada non era più una strada, ma un’ombrosa galleria, tante erano le file di bandiere, di stendardi e di zelanti barracani di seta stesi da muro a muro, con rami di  palma e rami di fiori d’arancio intrecciati, tra i ritratti del Re e del Duce. Hanno disteso per tutta la via, i loro tappeti migliori, sicchè la strada era  una sola soffice corsia. Poi nell’aria hanno soffiato essenze preziose e sparso sui tappeti rose e garofani freschi ‘.

Ovviamente tra quella folla festosa c’erano anche i nostri Maccabim con i loro gagliardetti al vento e le loro divise candide. Tutto sembrava volgere per il meglio, peccato però, che da lì a pochi mesi, un colpo nello stomaco di tutti quegli astanti festosi, arrivò improvviso e tremendo, con la promulgazione delle Leggi razziali, votate all’unanimità dal Parlamento italiano a metà del Dicembre 1938. Leggi inique e nefande che portarono lutti e desolazione lì dove poterono colpire e che, ancora oggi, dopo più di settanta anni, adombrano ed imbarazzano le coscienze di tanti Italiani. Con le assurde disposizioni di queste leggi, anche il Maccabi di Tripoli dovette sospendere ogni sua attività, mentre i venti di Guerra cominciavano a soffiare sui destini di tanta povera gente.

Le fasi alterne del conflitto, che vedevano coinvolti in quell’area le truppe tedesche di Rommel, assieme agli Alleati italiani, entrambe contrapposte alle Forze inglesi del Generale Montgomery, finirono definitivamente per gli abitanti di Tripoli all’alba di un Sabato del Gennaio 1943, dopo tre anni di guerra, l’Ottava Armata inglese entrava ordinatamente in città, senza colpo ferire. Con gli effetti che ogni conflitto porta dopo la sua fine, anche a Tripoli, tempo dopo l’ingresso degli Inglesi, si respirava un’aria frenetica di ripresa e le attività artigianali e commerciali ricominciarono a funzionare a pieno ritmo. Riaprirono anche le Scuole e corsi di lingua inglese,  frequentati assiduamente da un gran numero di giovani Ebrei. Alla carica di Sindaco, venne insediato dagli Alleati, un certo Col. Mercer, e a Delegato il Mag. Arkin, un Ebreo osservante, già Sindaco di Natania in Palestina, durante il Mandato britannico. A lui si rivolse il Consiglio del Maccabi, dopo essersi riunitosi  nuovamente in seduta straordinaria,  per la prima volta dopo cinque anni di inattività, per la  richiesta di un nulla osta per la riapertura del Circolo. Il parere fu ovviamente favorevole e non solo; il Maggiore Arkin, affiancò ai Consiglieri  un Capitano, anch’esso Ebreo palestinese (all’ epoca si diceva ancora così), responsabile di un organismo militare la SAVAGE, che si occupava della vendita di residuati bellici a privati cittadini. Tale aiuto si rivelò prezioso oltre ogni immaginazione per rimettere in sesto il Circolo e le sue attrezzature  che, nel frattempo, erano state in gran parte requisite dai Fascisti.

Acquistato quindi per suo tramite, un notevole lotto di residuati, tra cui, niente di meno che,  una locomotiva con tre vagoni, due rulli compressori giganti  ancora funzionanti, una stadera per la pesatura dei  Camion, putrelle e tanto altro materiale ferroso e legnoso. tutto quanto fu rivenduto per un milione e mezzo di  MAL, la valuta che gli Inglesi avevano imposto, svalutando così enormemente il valore delle Lire che comunque rimanevano ancora in uso. Vennero opzionati e poi presi in affitto dei vastissimi locali situati nel centro città, in Corso Vittorio Emanuele, già adibiti a sede del Municipio italiano e del Tribunale fascista, oltre ad un vastissimo terreno di circa 30.000 metri quadri, con un’annessa area costiera di 400 metri, sulla quale erano già esistenti diversi manufatti in muratura di cui uno di due piani. La SAVAGE, per tutto questo richiese il versamento di 130.000 MAL, che mio padre, pagò di tasca propria a titolo gratuito, lasciando così intonso il capitale di un milione e mezzo di MAL, che fu così versato interamente nelle vuote casse del Circolo Maccabi.

Fu così possibile realizzare su quei terreni circa 120 cabine balneari, date poi in affitto esclusivamente  ad altrettante famiglie di Soci per la stagione estiva. Furono anche allestite una zona docce e servizi, un bar, un ristorante e nella parte interna, subito dietro le cabine, prese forma un Campo sportivo con tribuna in muratura capace di 2000 posti a sedere, dietro la quale vennero innalzati tre altissimi pennoni  che svettavano da lontano. Dentro uno dei manufatti, si riuscì a ricavare anche un altro campo di pallacanestro al coperto.

Il giorno dell’inaugurazione, l’ 8 Settembre 1944, vennero invitate le autorità Militari e locali, tra le quali, il Governatore militare Gen. Lucke, il sindaco Col. Mercer, l’amico Mag. Arkin, il presidente della Comunità ebraica con tutti i Consiglieri e i rappresentati del Circolo Italia e del Circolo arabo, Ittihad. Inoltre erano presenti anche un altro centinaio di invitati tra ufficiali della Brigata Ebraica, ufficiali inglesi e americani e naturalmente numerosissimi componenti della Comunità stessa. Sul pennone centrale dello Stadio sventolava la bandiera bianco-azzurra con al centro la stella di David stilizzata , simbolo del Maccabi, su quello di destra la bandiera inglese e a sinistra quella americana.

La manifestazione cominciò con un discorso d’apertura, pronunciato da mio padre in italiano, tradotto prima in inglese e poi in ebraico, dal maestro Rav  Behor Sabban. Seguì poi un saggio ginnico presentato da 120 ragazzi che, simmetricamente davano sfoggio della loro preparazione atletica, al ritmo dello stesso canto che aveva dato inizio ai Giochi della Maccabiade del ’35. Il fischio di un arbitro segnò poi l’inizio di una partita di Football tra la squadra del Maccabi e quella inglese degli Inglanders.

L’incontro  sportivamente corretto,  terminò  con un 1 a 0 per il Maccabi-Tripoli, per la gioia incontenibile di tutto il pubblico che assistette ad uno spettacolo davvero entusiasmante, che ridava fiato e corpo ad una iniziativa che, ben lungi dal voler finire, confermava  invece la propria voglia di esistere e di vivere.

Il Circolo raggiunse in quegli anni il massimo del suo apice ed i giornali locali spesso descrivevano  ogni sua manifestazione con grande enfasi e simpatia. Tutto sembrava essere ritornato alla normalità, i rapporti con le Autorità alleate, con gli Italiani e gli Arabi residenti erano ottimi. Ancora una volta però, sulla testa degli Ebrei di Libia stava per precipitare un’altra pesante e dolorosa tegola. Ignari di quanto stessero tramando alle loro spalle gli Inglesi occupanti e i capi arabi della regione, gli Ebrei di Libia si resero conto solo troppo tardi di quanto stava loro per accadere.

Domenica 4 Novembre 1945, si svolse allo Stadio Municipale una partita di Calcio tra le  squadre del Maccabi e dell’Ittihad araba.  Alla fine dell’incontro, che fu di una totale scorrettezza e brutalità da parte dei giocatori arabi, tanto che papà dovette accompagnare al pronto soccorso 4 giocatori della sua squadra, una fitta sassaiola cominciò a piovere da una e dall’altra parte dello Stadio creando il caos. Quei primi banali  ma feroci tafferugli tra tifosi, furono il segnale prestabilito di quanto stava per succedere. L’ora X scoppiò infatti alle 19 di quella stessa sera, le prime manifestazioni  antisemite da parte della popolazione araba, che nei giorni seguenti infiammarono tutta la Libia, cominciarono con brutali saccheggi dei negozi degli Ebrei, che erano stati prima contrassegnati da mani infami ed ignote, per poi essere dati alle fiamme. I militari inglesi, consegnati nelle caserme, rimasero ad osservare quegli scempi per tre giorni, senza minimamente intervenire ad arginare e fermare quella brutale orda assassina, che così fu lasciata libera di scatenarsi fino alla sera di Martedì 6 Novembre.

Gli Ebrei terrorizzati  vivevano in quei giorni barricati nelle case, sbirciando continuamente dalle terrazze o dalle fessure delle persiane chiuse, la loro città che bruciava. Papà, anch’esso in quei giorni asserragliato con la famiglia nel suo appartamento, avendo visto da un terrazzo che un incendio era scoppiato nei pressi dalla casa di una mia zia, nel folle gesto di metterne in salvo almeno gli arredi uscì in strada, ma, sulla via di ritorno, si trovò di fronte un gruppo di scellerati male intenzionati che lo inseguì con spranghe e coltelli fin sotto il portone e solo per un vero miracolo riuscì a sfuggire ad un sicuro linciaggio.

Il triste bilancio di quei furiosi avvenimenti fu di 145 Ebrei assassinati, tra i quali anziani, bambini e donne, una di queste nonostante fosse incinta, fu orrendamente assassinata e infilzata sulle lance di un cancello. Si contarono inoltre  centinaia di feriti e incalcolabili danni ad attività commerciali e abitazioni che furono derubate, devastate ed incendiate. Quella orribile teppaglia, come una feroce canizza liberata dagli Inglesi, si avventò anche su numerose Sinagoghe sparse in tutto il Paese; ad Amrus, Tajiura, Zanzur, profanandole e depredandole dei preziosi arredi e infine dandole alle fiamme assieme ai libri sacri che vi contenuti. Non passarono da allora nemmeno tre anni che la belva, questa volta accecata dal nazionalismo arabo, rialzò di nuovo la testa. Un altro Pogrom orrendo e assurdo seguì a questo, a metà Maggio del  1948. Era il  primo giorno di Shavuot (Pentecoste) ed il pretesto questa volta fu trovato nella nascita dello Stato d’Israele  che finalmente veniva proclamato a Tel Aviv, in quello storico 14 Maggio di quell’ anno da David Ben Gurion.

Gli Ebrei di Libia, con l’esperienza di quanto già accaduto meno di tre anni prima, non si fecero trovare impreparati, respinsero ogni attacco ai loro quartieri, limitando i danni e infliggendo, questa volta loro, pesanti perdite agli assalitori. L’equilibrio che in Libia aveva mantenuto per secoli, se pure tra alti e bassi, la convivenza possibile tra Ebrei e Arabi, si era definitivamente rotto. L’odio, il sospetto ed il sopruso diventarono da allora gli immancabili mediatori dei rapporti tra le due etnie, situazione questa, che portò poi nel 1967 al forzato e definitivo esodo da quella terra di ogni singolo Ebreo.

Questa dunque è la storia del Circolo Maccabi di Tripoli, dai suoi albori e fintanto che mio padre risiedette in quella città, una storia piena di entusiasmi e delusioni, di onori e di viltà, di gioie e di tragedie. Lui, con tutta la sua famiglia, assieme a  35.000  correligionari partì  in quegli anni, alla volta di nuovi, più ampi e accoglienti orizzonti, staccandosi  da una terra nella quale era nato e vissuto, una terra che aveva intensamente amato, ma dalla quale fu più volte impietosamente tradito e battuto. Il di lui ricordo e quello di mia madre siano di benedizione. Ad entrambi va la mia commossa riconoscenza ed a mio padre l’immensa gratitudine per avermi permesso, con le sue ’Memorie‘ di rendere possibile questo racconto.

18 novembre 2015